Chiudiamo questa trilogia non richiesta del mio vademecum per la chiusura dei rapporti umani con una parte più personale di ciò che ho detto finora. In tutto questo miscuglio di sgarbi, vendette e rivalse sulle persone che ci han mancato di rispetto e non se ne sono neanche troppo preoccupate, c'è una categoria di persone che, se possibile, merita la pena capitale per tutto ciò che riguarda il perdono. Parlo delle "persone che sapevano". Non vi è mai capitato di aprirvi abbastanza con una persona al punto di spiegarle cosa vi ha fatto soffrire in passato fino ad arrivare al punto di chiudere tout court con altre persone? Ecco. Immaginatevi che poi quella stessa persona che lì per lì vi capiva, vi difendeva e si indignava con voi si comportasse nella stessa maniera. Come fa a non essere più grave ancora del primo episodio?
Se ci si pensa è come il classico "no io non ti faró mai soffrire" che ci accompagna nei nuovi rapporti una volta che l'esperienza precedente diventa argomento di discussione. E non sarà vero, perché tutti fanno soffrire tutti, in un modo o nell'altro. Il punto è che non ci si può comportare con una persona (male) come già s'era comportata un'altra persona precedentemente. È una sorta di obbligo morale: se hai sostenuto quella persona in un episodio di cui è stata vittima, non puoi replicare l'accaduto diventando il nuovo carnefice. Perché significherebbe avallare in qualche modo il comportamento da cui prima si erano prese le distanze, significherebbe non giudicare davvero importante la sofferenza precedente dell'individuo, facendogliela patire di nuovo, significherebbe mettere l'acido nella carne viva della ferita ancora aperta.
Per quello, in tutto questo discorso sul perdono, questa è l'unica cosa che so per certo. Non perdonare mai, mai le persone che sapevano cosa ti aveva fatto soffrire e che si ricomportano nello stesso identico modo. Perché non hanno capito la tua sofferenza e non capiranno neanche il resto di te.
Tutto ciò per dire che se qualcuno mi fa un torto dovrà sorbirsi questa marea di cagate in loop nelle orecchie come le antiche torture cinesi, legato a una sedia mentre una tv trasmette, senza volume, le repliche del 2004 di Forum. E non quelle su Canale 5, quelle su Rete 4.
lunedì 5 settembre 2011
domenica 4 settembre 2011
IL PERDONO /2 - TERZE POSSIBILITÀ
(segue)
Il fatto che nessuno ci insegni a perdonare non ci autorizza a non farlo a prescindere o, peggio, a perdonare chiunque indistintamente. Diffido dai dogmi, "è pur sempre tuo parente", "pensa al fatto che siete amici da tanto tempo" e via dicendo. I legami di parentela o le amicizie cementate non autorizzano a una mancanza di rispetto continua, non autorizzano al perdono a prescindere. Anzi, per certi versi sono aggravanti: certe cose non te le aspetteresti da persone che ti conoscono da tempo o che sono consanguinei che ti hanno visto crescere. Anche Hitler, avrà avuto amici d'infanzia, anche l'attentatore di Oslo avrà avuto dei genitori. Non si può essere caritatevoli con le persone solo perché la storia ci ha legato a loro. Si può avere un occhio di riguardo, ma non ci si deve lasciare fregare.
Perché le persone, al netto dei legami affettivi passati, hanno una loro testa, una loro storia e delle responsabilità. E come non si può concedere tutto a un parente, non è giusto permettere ad amici di vecchia data di aggirare il senso comune del rispetto, lo stesso che ci aspetteremmo da un conoscente o dallo sconosciuto in coda dietro di noi in biglietteria.
Dare seconde possibilità, in tal senso, secondo me è una sorta di obbligo morale. Tutti sbagliamo, il fatto stesso che l'essere "umani" sia stato mutuato come aggettivo di fallibilità, spiega come ciò sia scritto nella nostra natura. Per quello è giusto parlare di terze possibilità. Normalmente una persona che ha sbagliato e che è stata perdonata ha capito il suo errore, ed è grata della seconda chance. Eppure capita - spesso - di sbagliare di nuovo. Ricadere nello stesso errore o in uno molto simile è un rischio più che reale. Dare o non dare una terza possibilità dipende dai due agenti in atto e dalla gravità del gesto.
Negli ultimi mesi ho perso - nel senso affettivo - parecchie persone. Capita, è la vita. Tra queste, peró, ce ne sono tre che mi avevano già dato segnali che avrebbero potuto farmi realizzare la loro inaffidabilità. Si tratta di due amici e un parente.
Nessuno aveva dato loro il diritto di calpestare la mia fiducia, la mia onestà o i miei tentativi di mantenere un rapporto, rispettivamente. Eppure ho concesso, molto, troppo. Attendendo, non solo che i loro errori venissero riconosciuti, ma che non fossero ripetuti. E se in un caso ho perdonato molto, ricevendo in cambio sempre e solo coltellate, se nell'altro ho creduto che i tentativi di costruire il rapporto d'amicizia fossero reciproci e se nell'ultimo mi sono illuso che il suo disinteresse per le persone fosse "caratteriale", alla fine mi sono ritrovato ad accettare il tutto. Nessuno di loro tre cambierà mai, perché il loro venire anni luce prima del rapporto con me impedisce e continuerà a impedire loro di riconoscere gli errori e chiedere davvero perdono.
E come a loro non interessava un reale perdono, un reale rapporto di fiducia e rispetto, questo m'ha insegnato ad andare oltre le scuse (qualora ci fossero, ovvio), ma a capire quanto quell'errore potesse essere sintomatico di un'incompatibilità personale. Perché un conto è perdonare, un conto è vedere vero pentimento e voglia di ricominciare a costruire nella stessa direzione.
Il fatto che nessuno ci insegni a perdonare non ci autorizza a non farlo a prescindere o, peggio, a perdonare chiunque indistintamente. Diffido dai dogmi, "è pur sempre tuo parente", "pensa al fatto che siete amici da tanto tempo" e via dicendo. I legami di parentela o le amicizie cementate non autorizzano a una mancanza di rispetto continua, non autorizzano al perdono a prescindere. Anzi, per certi versi sono aggravanti: certe cose non te le aspetteresti da persone che ti conoscono da tempo o che sono consanguinei che ti hanno visto crescere. Anche Hitler, avrà avuto amici d'infanzia, anche l'attentatore di Oslo avrà avuto dei genitori. Non si può essere caritatevoli con le persone solo perché la storia ci ha legato a loro. Si può avere un occhio di riguardo, ma non ci si deve lasciare fregare.
Perché le persone, al netto dei legami affettivi passati, hanno una loro testa, una loro storia e delle responsabilità. E come non si può concedere tutto a un parente, non è giusto permettere ad amici di vecchia data di aggirare il senso comune del rispetto, lo stesso che ci aspetteremmo da un conoscente o dallo sconosciuto in coda dietro di noi in biglietteria.
Dare seconde possibilità, in tal senso, secondo me è una sorta di obbligo morale. Tutti sbagliamo, il fatto stesso che l'essere "umani" sia stato mutuato come aggettivo di fallibilità, spiega come ciò sia scritto nella nostra natura. Per quello è giusto parlare di terze possibilità. Normalmente una persona che ha sbagliato e che è stata perdonata ha capito il suo errore, ed è grata della seconda chance. Eppure capita - spesso - di sbagliare di nuovo. Ricadere nello stesso errore o in uno molto simile è un rischio più che reale. Dare o non dare una terza possibilità dipende dai due agenti in atto e dalla gravità del gesto.
Negli ultimi mesi ho perso - nel senso affettivo - parecchie persone. Capita, è la vita. Tra queste, peró, ce ne sono tre che mi avevano già dato segnali che avrebbero potuto farmi realizzare la loro inaffidabilità. Si tratta di due amici e un parente.
Nessuno aveva dato loro il diritto di calpestare la mia fiducia, la mia onestà o i miei tentativi di mantenere un rapporto, rispettivamente. Eppure ho concesso, molto, troppo. Attendendo, non solo che i loro errori venissero riconosciuti, ma che non fossero ripetuti. E se in un caso ho perdonato molto, ricevendo in cambio sempre e solo coltellate, se nell'altro ho creduto che i tentativi di costruire il rapporto d'amicizia fossero reciproci e se nell'ultimo mi sono illuso che il suo disinteresse per le persone fosse "caratteriale", alla fine mi sono ritrovato ad accettare il tutto. Nessuno di loro tre cambierà mai, perché il loro venire anni luce prima del rapporto con me impedisce e continuerà a impedire loro di riconoscere gli errori e chiedere davvero perdono.
E come a loro non interessava un reale perdono, un reale rapporto di fiducia e rispetto, questo m'ha insegnato ad andare oltre le scuse (qualora ci fossero, ovvio), ma a capire quanto quell'errore potesse essere sintomatico di un'incompatibilità personale. Perché un conto è perdonare, un conto è vedere vero pentimento e voglia di ricominciare a costruire nella stessa direzione.
mercoledì 31 agosto 2011
BLOG DAY 2011
Ogni anno credo che la cosa interessi sempre meno gente. Quest'anno è pure peggio: il sito ufficiale non è manco aggiornato. Solita manfrina: cos'è il Blog Day? Un giorno in cui si pubblicizzano (con relativi link) 5 blog in giro per la rete. Perché la si celebra il 31 agosto? Perché la data 3108, con tanta, tanta immaginazione, dovrebbe rappresentare la scritta BlOg, presumibilmente in azteco. E allora via, con i miei consigli su come ottimizzare la vostra perdita di tempo sul web.
1. Melamorsicata è, a mio avviso, il blog numero 1 per quanto riguarda gli aggiornamenti dal mondo Apple. Novità, anteprima, indiscrezioni su nuovi iPhone, Mac e sistemi operativi, arrivano su queste pagine prima che su altri siti.
2. Sticky Notes, un Tumblr non pornografico (ed è già un'impresa) molto personale sempre in grado di rendere perfettamente l'idea di ciò che sta provando il suo proprietario. Di solito lo leggo dopo un po' di giorni, recuperando tutto assieme.
3. Le Turbe nell'Urbe, di @andreaper, tra i follower più gradevoli della mia timeline di Twitter. Scritto benissimo, aggiornato di tanto in tanto (ma chi sono io per dire qualsiasi cosa sull'argomento?) e impreziosito da punti talmente introspettivi da risultare intimi, senza essere sbattuti in faccia.
4. Cucina con Ale. È il mio programma preferito sul mio canale preferito. Ed è progettato in Wordpress, quindi vale come blog. Le migliori ricette di Cucina con Ale; alcune sono pure fattibili.
5. Andy Violet, completa il quadro per il genere blog-nonblog, che è presente nei miei Blog Day dal 1921. Poesie, prose, acronimi, testi, appuntamenti letterari. Il ragazzo (è un professore ma dalle foto mi sembra un giovine, quindi mi si conceda il 'ragazzo') è un must-have anche su Twitter. Followatelo come se non ci fosse un domani.
1. Melamorsicata è, a mio avviso, il blog numero 1 per quanto riguarda gli aggiornamenti dal mondo Apple. Novità, anteprima, indiscrezioni su nuovi iPhone, Mac e sistemi operativi, arrivano su queste pagine prima che su altri siti.
2. Sticky Notes, un Tumblr non pornografico (ed è già un'impresa) molto personale sempre in grado di rendere perfettamente l'idea di ciò che sta provando il suo proprietario. Di solito lo leggo dopo un po' di giorni, recuperando tutto assieme.
3. Le Turbe nell'Urbe, di @andreaper, tra i follower più gradevoli della mia timeline di Twitter. Scritto benissimo, aggiornato di tanto in tanto (ma chi sono io per dire qualsiasi cosa sull'argomento?) e impreziosito da punti talmente introspettivi da risultare intimi, senza essere sbattuti in faccia.
4. Cucina con Ale. È il mio programma preferito sul mio canale preferito. Ed è progettato in Wordpress, quindi vale come blog. Le migliori ricette di Cucina con Ale; alcune sono pure fattibili.
5. Andy Violet, completa il quadro per il genere blog-nonblog, che è presente nei miei Blog Day dal 1921. Poesie, prose, acronimi, testi, appuntamenti letterari. Il ragazzo (è un professore ma dalle foto mi sembra un giovine, quindi mi si conceda il 'ragazzo') è un must-have anche su Twitter. Followatelo come se non ci fosse un domani.
martedì 30 agosto 2011
IL PERDONO /1
Il perdono è un concetto molto cristiano-cattolico, nella nostra cultura. Ci viene insegnato fin da piccoli che per essere perdonati dobbiamo pentirci veramente di ciò che abbiamo fatto, confessare la cosa ottenendo automaticamente l'espiazione totale della colpa. Pensateci, nella confessione cristiana, quella con cui veniamo cresciuti, impariamo che ci si può liberare del peso di ciò che di sbagliato abbiamo fatto periodicamente, con un rituale sempre uguale a se stesso. Si va, ci si "pente davvero", tutto va a posto da solo. La prima confessione - intesa come il sacramento religioso - probabilmente funziona davvero su questo principio. Complice la tensione della prima volta, un bambino di pochi anni ci crede davvero, al reale pentimento. Poi, volta dopo volta, anno dopo anno, tutto perde di significato e credibilità. I peccati - veniali, perché stiam pur sempre parlando di roba cattolica - vengono elencati a mò di lista della spesa, del reale pentimento finisce per non esserci più traccia. Hodettoleparolacce hodisubbeditoaimieigenitori hofattoicapricci nonhostudiato e via dicendo. Infila due parole a casaccio tornando a posto (o non farlo, che cambia?), segui il solito rituale e sarà tutto come se niente fosse successo. Ci vediamo tra qualche mese, meglio se prima di qualche festa comandata.
Questo è il concetto di perdono con il quale cresciamo. Di base, ci viene fatto credere che tutto può essere concesso e perdonato. La disuguaglianza di questa religione, in cui trovo davvero impossibile identificarmi anche sforzandomi, parte dal fatto stesso che la persona non è degna di essere sia perdonabile che perdonante. In quanto peccatori blablabla, solo una figura di riferimento, su cui tuttavia nessuno può questionare, giudice di default, può perdonarci.
Così si cresce senza imparare a perdonare. Ognuno impara quest'arte di straforo, incastonandola nel proprio sistema di valori e nelle proprie abitudini, soprattutto immaginando cosa farebbe in una determinata situazione. Si ascoltano storie altrui e ci si chiede come ci si comporterebbe in prima persona. Nessuno ci insegna cosa significa perdonare e come si può far capire ad una persona cosa significhi essere perdonati, cosa passa per la testa dei due agenti, quello che deve farsi perdonare e quello che deve perdonare.
Io sono sicuro di non essere capace a perdonare. Che è diverso da non perdonare. Non saprei cosa fare, che rassicurazioni chiedere, che promesse far fare. Per come sono fatto, cerco di attenermi ai miei valori andando dritto per la mia strada.
Una persona deve dimostrarmi qualcosa, anche solo per discutere reciprocamente la situazione relativa alla questione perdono.
[continua]
Questo è il concetto di perdono con il quale cresciamo. Di base, ci viene fatto credere che tutto può essere concesso e perdonato. La disuguaglianza di questa religione, in cui trovo davvero impossibile identificarmi anche sforzandomi, parte dal fatto stesso che la persona non è degna di essere sia perdonabile che perdonante. In quanto peccatori blablabla, solo una figura di riferimento, su cui tuttavia nessuno può questionare, giudice di default, può perdonarci.
Così si cresce senza imparare a perdonare. Ognuno impara quest'arte di straforo, incastonandola nel proprio sistema di valori e nelle proprie abitudini, soprattutto immaginando cosa farebbe in una determinata situazione. Si ascoltano storie altrui e ci si chiede come ci si comporterebbe in prima persona. Nessuno ci insegna cosa significa perdonare e come si può far capire ad una persona cosa significhi essere perdonati, cosa passa per la testa dei due agenti, quello che deve farsi perdonare e quello che deve perdonare.
Io sono sicuro di non essere capace a perdonare. Che è diverso da non perdonare. Non saprei cosa fare, che rassicurazioni chiedere, che promesse far fare. Per come sono fatto, cerco di attenermi ai miei valori andando dritto per la mia strada.
Una persona deve dimostrarmi qualcosa, anche solo per discutere reciprocamente la situazione relativa alla questione perdono.
[continua]
lunedì 22 agosto 2011
BACK FOR GOOD
Tornato dalla breve vacanzina calabrese. Appunti sparsi:
- attraversare l'Italia di notte, in macchina, è un'esperienza di vita. In quanto tale, tenderei a non ripeterla, stamattina ho preferito fermarmi all'autogrill quando m'è sembrato di sorpassare il camion di X Factor guidato da Arisa versione "Sincerità".
- se avete una bambina che, a 7 anni, non sa ripetere altro che "non voglio, non voglioooo, aaaaaaaah" sopprimetela subito.
- il fatto che il nord Italia ci abbia abituato a prezzi assurdi sul cibo non significa che siano cose accettabili: là con 10 euro a testa mangi fino a scoppiare, qui fai due viaggi in metro.
- ho disimparato a guidare col buio (altro modo per dire che i compagni di viaggio non hanno gradito il tornante preso a Rally WRC).
- non esserti scottato dopo 3 giorni non ti esenta dal poterti scottare il quarto, keep calm e mettiti la crema.
- non ho più l'età per tirare le quattro di mattina. Ma manco le due. E già verso mezzanotte comincio a mugugnare un po'.
- l'ostacolo principale alle belle mete turistiche di questo Paese sono quelli che ci abitano tutto l'anno, convinti di avere una sorta di diritto di prelazione che, invece che avvicinare i turisti, li allontana.
- ho tanto da scrivere
- potrei camminare su sassi e arrampicarmi su scogli per il resto della mia vita
- attraversare l'Italia di notte, in macchina, è un'esperienza di vita. In quanto tale, tenderei a non ripeterla, stamattina ho preferito fermarmi all'autogrill quando m'è sembrato di sorpassare il camion di X Factor guidato da Arisa versione "Sincerità".
- se avete una bambina che, a 7 anni, non sa ripetere altro che "non voglio, non voglioooo, aaaaaaaah" sopprimetela subito.
- il fatto che il nord Italia ci abbia abituato a prezzi assurdi sul cibo non significa che siano cose accettabili: là con 10 euro a testa mangi fino a scoppiare, qui fai due viaggi in metro.
- ho disimparato a guidare col buio (altro modo per dire che i compagni di viaggio non hanno gradito il tornante preso a Rally WRC).
- non esserti scottato dopo 3 giorni non ti esenta dal poterti scottare il quarto, keep calm e mettiti la crema.
- non ho più l'età per tirare le quattro di mattina. Ma manco le due. E già verso mezzanotte comincio a mugugnare un po'.
- l'ostacolo principale alle belle mete turistiche di questo Paese sono quelli che ci abitano tutto l'anno, convinti di avere una sorta di diritto di prelazione che, invece che avvicinare i turisti, li allontana.
- ho tanto da scrivere
- potrei camminare su sassi e arrampicarmi su scogli per il resto della mia vita
sabato 20 agosto 2011
lunedì 15 agosto 2011
GARDALAND O MIRABILANDIA?
Dato che il post su McDonald's versus Burger King ha attirato sterminate folle di amanti del testa a testa, continuiamo su questo filone affrontando le più stimolanti rivalità di sempre: Coppi o Bartali? Costantino o Daniele? Ketchup o Maionese? Heather Parisi o Lorella Cuccarini? Per il testa a testa di oggi, signore e signori: Gardaland e Mirabilandia.
Ho avuto la fortuna, nei giorni scorsi, di provare, dopo anni di predominio made in Garda (anche per la maggiore vicinanza alla città che mi ha dato i Natali), la romagnola Mirabilandia. Diamo un rapido sguardo a chi ha la meglio, tra le due, sotto tutti gli aspetti che mi possono venire in mente.
Adrenalina. Perché parliamoci chiaro, se hai un'età compresa tra i 12 e i 40 anni, in quei posti ci vai per fare le giostre più adrenaliniche. Gardaland offre Magic Mountain, Blu Tornado, Space Vertigo e in un certo senso anche Top Spin, Mirabilandia risponde con iSpeed, Katun e le ex Torri Gemelle, ora ribattezzate non-so-come in nome del politically correct. E qui non ce n'è per nessuno: l'accelerazione iniziale dell'iSpeed (da 0 a 100 in 2.2 secondi), le altezze e la velocità del Katun e pure i saliscendi delle torri (che offrono due esperienze diverse, al contrario dello Space Vertigo) fanno di Mirabilandia la vincitrice indiscussa. Se non avete mai fatto giochi del genere è meglio partire soft, ma per sentire davvero qualcosa, Mirabilandia.
Novità 2011. Raptor contro Master Thai. Pur non raggiungendo velocità pazzesche, Raptor è una delle novità recenti più gradevoli di Gardaland, soprattutto in confronto al ridicolo double rollercoaster di Mirabilandia. Appoggiato su legno (pare provvisorio), spesso fermo nella giornata in cui sono stato là, non dà niente. Pura perdita di tempo. La prima discesa di Raptor, invece, è unica nel suo genere. Gardaland ha guadagnato qualcosa con la sua novità 2011.
Giochi d'acqua. Per bagnarti, a Gardaland, devi sederti in determinati posti su Fuga da Atlandide e Jungle Rapids. I tronchi del Colorado Boat sono ridicoli, se non hai meno di 10 anni. Per bagnarti, a Mirabilandia, devi esistere. A parte l'Acquasplash (per bambini) e Rio Bravo (dove comunque ti bagni maggiormente rispetto all'equivalente di Gardaland) Niagara e Raratonga sono sostanzialmente docce. Nel primo ci si lava ovunque, sia sul gommone sia nei paraggi, vista l'onda-tsunami scatenata dalla discesa. Nel secondo si parla di una lotta tra persone dotate di cannoni ad acqua. Per uscirne asciutto, non devi praticamente avere nessuno nelle due barche vicine. Vince, a mani basse, Mirabilandia.
Gente. Spiace generalizzare, ma ci sono dei punti in cui Mirabilandia sembra, nella migliore delle ipotesi, un acquapark dell'hinterland napoletano. La possibilità (abusata) di stare e girare a torso nudo, le urla della gente, la mentalità tutta italiana alla "chissenefrega se mio figlio ha meno di 12 anni, noi diciamo che ce li ha e gli facciamo fare la giostra", o alla "se mi stufo salto la fila, che mi frega" e, in generale, sguardi loschi da persone che, magari è solo la faccia, ma il portafoglio io me lo terrei stretto, le ho viste solo a Mirabilandia. Gardaland è più "europea", gli stranieri sono più tedeschi che russi/albanesi, il clima è più quieto, le cose sembrano più ordinate. Per me vince Gardaland.
Prezzi. Partendo dal presupposto che si parla comunque di due associazioni a delinquere, visto che non si può evitare di lasciar giù l'anima, è una lose-lose situation. I prezzi dei biglietti si equivalgono sommariamente, tra offerte (il serale di Gardaland è conveniente, ma a Mirabilandia il giorno dopo entri gratis, ecc.) e sconti. All'interno dei parchi spendi inevitabilmente, anche solo per rinfrescarti. Diciamo che ci sono rimasto parecchio male dell'1,50 € romagnolo per mezzo litro d'acqua naturale (ovunque, ovviamente) e dei 5 € obbligatori per un sorso di granita. D'istinto direi Gardaland, ma preparatevi a spendere come se non ci fosse un domani. Se siete i tipi, i panini da casa, per un giorno, non sono una cattiva idea.
I salta file. Gardaland ha un biglietto che permette di fare una decina d'attrazioni saltando la coda. Mirabilandia, più o meno allo stesso prezzo, ha un ovetto elettronico che ti "prenota", mettendoti virtualmente in coda a un'attrazione. Quando questa è pronta, si va e la si fa, saltando la coda. Nel frattempo, si può riposare all'ombra o fare un'altra attrazione. Ovviamente non c'è paragone, Mirabilandia è andata oltre il 1990.
Ambiente. Tanto verde a Mirabilandia, più grande e un filino più dispersiva, ma in piano e senza le salite e le discese spacca-gambe di Gardaland. Gardaland vince per tematizzazioni: le varie aree a tema sono ben caratterizzate e hanno una certa credibilità. Ok, uno non cerca gli abbellimenti in plastica quando fa un gioco, ma di sicuro aiutano a rendere più credibile il tutto. Chi vince da una parte, chi dall'altra, pari.
Chi vince? Mirabilandia, di almeno un punto. Potendo andare, l'anno prossimo, solo in uno dei due, andrei lì. Ma vivendo nella nebbia padana, me ne tornerò zitto zitto in GardaLandia.
Ho avuto la fortuna, nei giorni scorsi, di provare, dopo anni di predominio made in Garda (anche per la maggiore vicinanza alla città che mi ha dato i Natali), la romagnola Mirabilandia. Diamo un rapido sguardo a chi ha la meglio, tra le due, sotto tutti gli aspetti che mi possono venire in mente.
Adrenalina. Perché parliamoci chiaro, se hai un'età compresa tra i 12 e i 40 anni, in quei posti ci vai per fare le giostre più adrenaliniche. Gardaland offre Magic Mountain, Blu Tornado, Space Vertigo e in un certo senso anche Top Spin, Mirabilandia risponde con iSpeed, Katun e le ex Torri Gemelle, ora ribattezzate non-so-come in nome del politically correct. E qui non ce n'è per nessuno: l'accelerazione iniziale dell'iSpeed (da 0 a 100 in 2.2 secondi), le altezze e la velocità del Katun e pure i saliscendi delle torri (che offrono due esperienze diverse, al contrario dello Space Vertigo) fanno di Mirabilandia la vincitrice indiscussa. Se non avete mai fatto giochi del genere è meglio partire soft, ma per sentire davvero qualcosa, Mirabilandia.
Novità 2011. Raptor contro Master Thai. Pur non raggiungendo velocità pazzesche, Raptor è una delle novità recenti più gradevoli di Gardaland, soprattutto in confronto al ridicolo double rollercoaster di Mirabilandia. Appoggiato su legno (pare provvisorio), spesso fermo nella giornata in cui sono stato là, non dà niente. Pura perdita di tempo. La prima discesa di Raptor, invece, è unica nel suo genere. Gardaland ha guadagnato qualcosa con la sua novità 2011.
Giochi d'acqua. Per bagnarti, a Gardaland, devi sederti in determinati posti su Fuga da Atlandide e Jungle Rapids. I tronchi del Colorado Boat sono ridicoli, se non hai meno di 10 anni. Per bagnarti, a Mirabilandia, devi esistere. A parte l'Acquasplash (per bambini) e Rio Bravo (dove comunque ti bagni maggiormente rispetto all'equivalente di Gardaland) Niagara e Raratonga sono sostanzialmente docce. Nel primo ci si lava ovunque, sia sul gommone sia nei paraggi, vista l'onda-tsunami scatenata dalla discesa. Nel secondo si parla di una lotta tra persone dotate di cannoni ad acqua. Per uscirne asciutto, non devi praticamente avere nessuno nelle due barche vicine. Vince, a mani basse, Mirabilandia.
Gente. Spiace generalizzare, ma ci sono dei punti in cui Mirabilandia sembra, nella migliore delle ipotesi, un acquapark dell'hinterland napoletano. La possibilità (abusata) di stare e girare a torso nudo, le urla della gente, la mentalità tutta italiana alla "chissenefrega se mio figlio ha meno di 12 anni, noi diciamo che ce li ha e gli facciamo fare la giostra", o alla "se mi stufo salto la fila, che mi frega" e, in generale, sguardi loschi da persone che, magari è solo la faccia, ma il portafoglio io me lo terrei stretto, le ho viste solo a Mirabilandia. Gardaland è più "europea", gli stranieri sono più tedeschi che russi/albanesi, il clima è più quieto, le cose sembrano più ordinate. Per me vince Gardaland.
Prezzi. Partendo dal presupposto che si parla comunque di due associazioni a delinquere, visto che non si può evitare di lasciar giù l'anima, è una lose-lose situation. I prezzi dei biglietti si equivalgono sommariamente, tra offerte (il serale di Gardaland è conveniente, ma a Mirabilandia il giorno dopo entri gratis, ecc.) e sconti. All'interno dei parchi spendi inevitabilmente, anche solo per rinfrescarti. Diciamo che ci sono rimasto parecchio male dell'1,50 € romagnolo per mezzo litro d'acqua naturale (ovunque, ovviamente) e dei 5 € obbligatori per un sorso di granita. D'istinto direi Gardaland, ma preparatevi a spendere come se non ci fosse un domani. Se siete i tipi, i panini da casa, per un giorno, non sono una cattiva idea.
I salta file. Gardaland ha un biglietto che permette di fare una decina d'attrazioni saltando la coda. Mirabilandia, più o meno allo stesso prezzo, ha un ovetto elettronico che ti "prenota", mettendoti virtualmente in coda a un'attrazione. Quando questa è pronta, si va e la si fa, saltando la coda. Nel frattempo, si può riposare all'ombra o fare un'altra attrazione. Ovviamente non c'è paragone, Mirabilandia è andata oltre il 1990.
Ambiente. Tanto verde a Mirabilandia, più grande e un filino più dispersiva, ma in piano e senza le salite e le discese spacca-gambe di Gardaland. Gardaland vince per tematizzazioni: le varie aree a tema sono ben caratterizzate e hanno una certa credibilità. Ok, uno non cerca gli abbellimenti in plastica quando fa un gioco, ma di sicuro aiutano a rendere più credibile il tutto. Chi vince da una parte, chi dall'altra, pari.
Chi vince? Mirabilandia, di almeno un punto. Potendo andare, l'anno prossimo, solo in uno dei due, andrei lì. Ma vivendo nella nebbia padana, me ne tornerò zitto zitto in GardaLandia.
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