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lunedì 14 dicembre 2009

BITA - ALE DAGLI ANNI '90 AD OGGI - 13^ E ULTIMA PUNTATA

L’estate 2006 era stata importante e ricca di eventi. Alla fine del mese di agosto avevo già scelto quali sarebbero state le uniche facoltà in grado di attirare la mia attenzione per un divenire universitario: psicologia e scienze della comunicazione. Per mia fortuna, in quel di Milano Bicocca trovai ciò che faceva al caso mio: un indirizzo che, sotto psicologia, univa i due ambiti e dava la possibilità di scegliere, in un secondo momento, in cosa specializzarsi. Posso dire che, al contrario di molti miei compagni del liceo, sento e ho sempre sentito che quello era l’indirizzo di studi giusto per me, ciò che avrei sempre voluto fare, anche in ambito lavorativo. Nei primissimi giorni di Settembre tentai il test, dopo essermi preparato nel corso dell’estate con qualche libricino apposito e dopo aver ripassato alcune nozioni scolastiche e vari concetti di cultura generale.

Superai bene il test (arrivai secondo, ndm – nota del modesto) e mi decisi definitivamente a iscrivermi proprio lì. I primi giorni di università furono piacevoli, nonostante l’ora e mezza di treno che mi costringeva ad alzarmi due ore e rotti prima del dovuto, in vista di un anno pienamente votato alla sacra arte del pendolarismo. Le interminabili ore di treno, in effetti, avevano il difetto (oltre al costo esorbitante, lo sporco e il rischio di colera, i ritardi, l’ammassamento di gente e chi più ne ha più ne metta) di darmi tanto, troppo tempo libero per guardare fuori dal finestrino e pensare. Sempre stata una mia predisposizione, quella di pensare fino allo sfinimento. Ma ciò gli ultimi accadimenti avevano mutato in me, mi aveva portato a mettere da parte pensieri sentimental-nostalgici quali “fino a pochi mesi fa andavo al liceo sotto casa, ora faccio l’università in un’altra città”, sacrificandoli al pensiero fisso di M., che non ne voleva più sapere di uscire dalla mia testa. Dopo un’altra estate di procrastinamenti, la situazione con lui non era mutata, rimaneva fissa in un ipnotico e fastidioso alternarsi tra notti in cui era una persona, mattine in cui faceva finta di nulla, giornate normali e serate in cui tornava ad essere un ragazzo adorabile su cui amavo fantasticare. Tuttavia, la mia “pseudo relazione” con I., eredità di un’estate in cui l’occasione di poter avere una ragazza mi aveva “preso con le mani nel sacco”, rimaneva attiva e aveva intenzione di proseguire anche per i mesi autunnali.

La mia testa e il mio corpo non riuscivano a reggere questo ritmo. La sveglia era puntata, per tre giorni alla settimana, sulle 6.01 (ho sempre odiato mettere la sveglia agli orari “tondi”, non so perché), per poter prendere il treno di 6.36 (sempre di corsa, ho ben altre idee di “risvegli soft”) e arrivare in tempo alla lezione di 8.30. Tornavo a casa verso sera, stanco e affamato, dovendo anche trovare il tempo di uscire con una ragazza che non volevo, ma che “dovevo farmi piacere”, perché in fondo così avrei risolto tutto. Un paio di volte alla settimana, inoltre, vedevo M., soffrendo per i tuffi al cuore che un suo sorriso o un involontario sfregarsi delle mani avrebbe causato riportando alla mente i dolci contatti notturni della primavera e dell’estate prima. Cominciai a passare il tempo libero chiuso in casa, al computer, chattando dalla mattina alla sera con alcune persone, conosciute qua e là sulla rete. Alternavo l’attesa del vedere M. online alla gioia di raccontare tutta la mia storia e tutta la mia vita a un paio di persone conosciute per caso su internet (e mai di persona), che vedevo per la prima volta in grado di capirmi, con le quali mi sentivo per la prima volta in grado di essere me stesso. In casa era una bugia unica, non avevo mai potuto dire nulla di me e non ne avrei mai avuto intenzione, con la mia migliore amica vivevo ancora con la mia falsa identità eterosessuale, con M. e l’altro ragazzo non potevo fare parola della situazione insopportabile, non potevo compromettere tutto. Finchè, semplicemente, non ce la feci più. E decisi di sparire.

Pubblicai sul blog un intervento dal titolo “Sparirò”, andai avanti a vivere le mie giornate tra msn e gli interminabili viaggi in università, sparendo completamente dalla vita di M., smettendo di rispondergli ai messaggi, rendendomi irreperibile in qualsiasi modo avrebbe potuto contattarmi. Provò a scrivermi, ma non gli risposi. Provò a chiamarmi, ma gli ignorai le chiamate. Dopo due giorni del genere si rese conto che l’unica cosa da fare era consultare il mio blog, e capii. Mi arrivò un messaggio, di cui ricordo ancora buona parte, avendolo tenuto in memoria per quasi un anno: “Bella idea, sparire. E io? Non resta niente a me? Ok, sono uno stronzo e non capisco (cos’hai, ndr), ma pensavo di essermi meritato qualcosa di più che il silenzio”. Ignorai anche quello. Il punto era che lui sapeva che io soffrivo perché “ero innamorato di qualcuno”, ma non voleva capire che si trattava di lui. O meglio, lo sapeva benissimo ma non voleva/poteva ammetterlo ad alta voce. Addirittura un giorno dopo il tennis, sotto la doccia (e mi scuso per la squallidezza, ma ho proprio il ricordo del fatto che mentre ne parlavamo mi fissava con lo sguardo che io riservo giusto giusto alle pubblicità di Giorgio Armani con David Beckham), ipotizzò che mi fossi innamorato della sua ragazza. Tutto ciò era così subdolo, così bastardo. E comunque ero rimasto al suo gioco fino a quel momento.

Dopo quasi una settimana in cui non gli risposi, fece una cosa inaspettata: venne a prendermi in stazione, dopo un giorno in università. Sentivo in cuor mio che l’avrebbe fatto, sapeva i miei orari e sapeva che l’avrei voluto; semplicemente non credevo avrebbe mai avuto il coraggio di farlo. Nel mio ipod risuonava “My heart will go on” (riproduzione casuale, intendiamoci), salii le scale della stazione e mi trovai di fronte il suo ciuffo moro inconfondibile. Cercando di contenere l’emozione, tirai fuori un “ciao” di proporzioni incontrollate, che risuonò per tutta la stazione. Parlammo un po’, io avevo il cuore a mille. Disse che aveva ragionato, e che se non mi ero innamorato della mia ragazza, della sua, di quella di un passante, di qualche compagna di classe, di mia mamma, della sua o di quella di un passante, evidentemente il problema doveva essere lui. Sarcasticamente gli feci i complimenti, dopotutto c’era arrivato così in fretta. Eppure, nonostante in cuor suo questa certezza si fosse fatta “voce”, ci rimase male. Mi lasciò a casa, decidemmo di non sentirci per un po’. Era quello che stavo cercando di fare da giorni, pigna.

A casa stavo male, i dialoghi con i miei genitori erano relegati al minimo sindacale. Passavo da intere giornate al computer a momenti in cui i rapporti con loro erano ridotti all’osso, in cui, a tavola, non si andava oltre al “mh, sì” e altri amabili discorsi monosillabici. Poi, una sera, dissi a mia madre che stavo male. Le dissi che me ne volevo andare, cambiare aria, cambiare gente, che non ne potevo più. Piansi un po’. Lei capii che qualcosa andava oltre, che c’era dell’altro, mi chiese se mi ero innamorato. Confermai. Respirò a fondo, si fece coraggio e me lo chiese. Mi chiese se mi ero innamorato di una persona del mio stesso sesso. Io non avrei mai voluto dire di me ai miei, ero convinto che non ne avrei fatto parola fino ai 40 anni, fino a quando non avessi avuto una indipendenza economica, fino a quando non avessi abitato in un’altra casa. Tuttavia, in quel momento non ero in me, la domanda mi aveva preso alla sprovvista, eppure era stata fatta con una buona dose di dolcezza, di comprensione. Semplicemente, mentire sarebbe stato inutile, insultante, ulteriormente fastidioso per la situazione in cui mi trovavo. “Sì”. Fu quel semplice annuire che fece cominciare ufficialmente il mio coming out coi miei. Cominciai a parlarne con mia madre, provai a rassicurarla sul fatto che la cosa riguardasse solo la sfera sentimentale, che comunque io fossi attratto dalle ragazze, ma il danno era fatto. Poche ore più tardi, trovando mio padre sveglio da solo in sala, parlai anche con lui. Ricordo le sue parole: “credo da un po’ di tempo che tu sia omosessuale, ma ho paura di chiedertelo”. Se solo avesse saputo quanta paura avevo io, di chiedermelo, forse avrebbe aspettato un altro po’. Il clima era teso, l’aria irrespirabile. I giorni successivi al coming out (parziale), i musi erano lunghi come quelli che fino a qualche anno fa mi erano destinati dopo un 4 in latino. Solo che questa volta non era colpa mia.

I miei genitori non la presero affatto bene. Il loro percorso d’accettazione stentò a partire, mi dissero che probabilmente non mi avrebbero accettato mai, che per loro la cosa era inconcepibile, che speravano in cuor loro potesse essere solo una fase, perché altrimenti la vita sarebbe stata terribile, costellata di immani difficoltà e loro non sarebbero stati in grado di affrontarla con me. Ricordo fasi di insulti senza capo né coda, ricordo di aver detto loro frasi di una volgarità inaudita, che se ci ripenso ora me ne vergogno sinceramente, ricordo altri momenti in cui si riusciva a parlare, con più calma, ricordo le loro notti insonni in sala, a parlare e piangere. Ricordo che non abbracciai mia mamma per alcuni mesi. Ricordo la sensazione di “tanto è tutto rovinato, tanto non torneremo mai più come prima, non torneremo mai ad essere una famiglia”. E giù insulti, e giù bombe a mano, per massacrarli, per farli sentire almeno un po’ come mi sentivo io. Per vendicarmi di certe frasi, per vendicarmi del fatto che fino a quel momento mi avessero ignorato e ora mi odiassero per quello che ero. C’ero già io ad odiarmi, bastavo e avanzavo.

Ricordo tanti momenti. Una notte, loro erano nel loro letto senza dormire, col bacino leggermente sollevato e lo sguardo perso nel vuoto. Li percepivo come se fossero morti, come se gli avessero tolto la voglia di vivere. Seduto sulla sedia in camera loro, mi misi a fare silenzio insieme a loro, con le stesse emozioni di chi finalmente riesce ad inserirsi in una discussione. Senza dire niente, mi pareva di riuscire a sintonizzarmi con loro. Anche quella sera, i miei tentativi di spiegarmi andarono a vuoto, sostituiti in breve da un litigio, dagli ennesimi insulti, dal mio chiudermi in camera, a chiave.

La fiducia era venuta meno: li detestavo perché pensavo mi detestassero. Meccanismo di difesa? Forse. Di sicuro non li aiutai, semplicemente perché non ero pronto per farlo. Non ero pronto io, avevo rinviato in continuazione il momento in cui mi sarei dovuto accettare, arrivando a un punto in cui i miei genitori sapevano di me senza che lo sapessi io.

Una domenica, con mio fratello presente (e ignaro), tirarono fuori una questione di messaggi sul cellulare spiati. Erano messaggi di un paio di ragazzi (gay) conosciuti su internet con cui messaggiavo in innocenza, parlando anche di omosessualità. Essendo loro convinti che fosse quel nuovo mondo, ad avermi portato sulla “cattiva via”, il discorso spiccò anche in presenza dell’altra parte della famiglia, nonostante mia cognata sapesse di me praticamente da sempre e si fosse sempre dimostrata dalla mia parte. Da parte di mio fratello non fu così. Quella sera mi chiamò, dicendosi preoccupato per ciò che aveva sentito uscire dalla bocca di mio padre. Mi raccontò la storia di un suo amico gay, con cui lui aveva provato ad essere amico, ma non era stato possibile perché lui ci aveva provato. Mi disse che i gay erano malati, contagiosi. Poi, la cosa più terribile, che anche oggi fatico a raccontare, perché la vissi come una violenza: mi chiese di giurargli che non fossi gay. “Giuramelo. Giuramelo!”. Al terzo imperativo glielo giurai, con scarsa convinzione. Capii che non avevo il suo appoggio, che avevo perso i rapporti con la mia famiglia, che così non potevo essere accettato.

A dicembre “lasciai” I., lei la prese male – era una ragazza fragile – ma fui abbastanza convincente nel farle capire (senza spiegarle niente) che il problema era mio e dovevo essere io a chiarirmi determinate idee.

Chi aiutò me e i miei genitori a venire fuori da un punto di non ritorno fu una psicologa. Decidemmo di andare da lei come ultimo tentativo, come ultima spiaggia. Facevamo sedute tutti e tre, poi altre volte andavano solo loro, raramente io da solo. Il punto non era, fortunatamente, far cambiare me, ma aiutare loro ad accettarmi, e aiutare tutti e tre a recuperare quell’unità familiare andata in frantumi. Quello che successe in quello studio fu un mezzo miracolo: quella terapeuta fu un angelo che, oltre ad aiutarci, mi fece innamorare ancora di più della materia. Per quanto riguarda noi tre, fu un percorso lunghissimo e decisamente tortuoso, che però, alla luce della situazione odierna, ha dato i suoi frutti.

“Mi feci passare” la cotta per M., che da una stupidata in nave mi aveva portato all’autodistruzione e ad uno dei momenti più critici della mia vita, facendomi perdere l’appoggio della mia famiglia e rendendomi, in qualche modo, la persona che poi avrebbe passato l’anno peggiore della sua vita. Semplicemente non lo sentii più, e quando lo risentii non provavo più le stesse cose per lui.

Mentre l’interminabile anno 2006 volgeva al termine, potevo riguardarmi indietro e notare i tanti, tantissimi avvenimenti che mi avevano portato a diventare quello che ero. Il percorso di crescita che mi aveva trasformato dal bambino che girava in bicicletta per le strade del lago a quel ragazzo che ora doveva ricostruire un delicato equilibrio familiare e accettare definitivamente la propria omosessualità. Potevo voltarmi indietro e rivedere anche gli errori che mi avevano portato a quel punto: tante bugie, tante cose nascoste e non dette, troppi rapporti vissuti più sulle idealizzazioni che su avvenimenti veri e propri. Ma avevo le carte in regola per diventare un ragazzo migliore.

Quello che non potevo sapere, però, era che l’errore più grande era già scritto a fuoco nel mio 2006 terribile. Non sapevo che in un momento qualsiasi di questa storia infinita, avevo già incontrato la persona che mi avrebbe devastato la vita, rivoluzionando me e tutto ciò che di buono ero riuscito a costruire. Non lo potevo sapere perché tutto ciò sarebbe successo nel corso di un 2007 infinito, fatto di lacrime e viaggi, di notti di passione e di atti di follia, fatto di colpi di testa e legami fortissimi, come mai era capitato prima. Un 2007 che, tuttavia, rimane soprattutto l’anno in cui ho conosciuto l’amore della mia vita, in cui ho dato il mio primo bacio e in cui, per la prima volta, ho fatto l’amore. Un 2007 che mi ha distrutto e fatto rinascere, nell’arco di pochi mesi.

Si tratta però di una storia lunghissima, che merita da sola un’intera stagione di “Bita”, che in un secondo momento spero di trovare il coraggio di scrivere. Perché certe cose, ricordarle, fa ancora male.

Ringrazio chi è giunto fino a qua, chi mi ha dimostrato affetto e si è trovato bene nel leggere la mia comune storia. E dico comune perché, nel raccontarla, non ci ho trovato niente di particolare, né ci ho dovuto aggiungere alcun particolare romanzato. La sua particolarità è stata quella di essere vera, di essere un percorso di crescita, o di essere stata vissuta. E sono questi elementi che rendono particolari e interessanti le storie di tutti noi.

Se vorrete, se vi interesserà, la seconda stagione di “Bita” la troverete prossimamente su queste pagine. Dietro lauto conguaglio economico, si intende J

lunedì 30 novembre 2009

BITA - ALE DAGLI ANNI '90 AD OGGI - 12^ PUNTATA

Domenica 9 Luglio 2006. Ore 22.30.

Sto gridando contro un maxischermo con tutte le mie forze. “Francese di merda, sei un figlio di puttanaaaa, devi morireeeeeee”. No, seriamente, a guardarmi da fuori sembrerei quasi un eterosessuale. Sto per vedere la prima coppa del mondo italiana della mia vita e ancora non lo so. Mischio sudore e sofferenze in una serata che è a dir poco magica. Soffoco nel tifo e nelle grida i pensieri che mi hanno accompagnato in piazza, nel risveglio della mattina e nei giorni precedenti. È nella mia testa e non riesco a farne a meno, né di lui né delle sue incertezze.

Giugno 2006.

La quinta liceo finì così com’era cominciata: un’inutile paura e la delusione per un qualcosa di meno preoccupante del previsto. Mi trovai a ridosso degli esami indietro come non mai: recuperai l’intero programma di filosofia dei tre anni in una giornata, studiando su un libricino minuscolo passato per non so quante mani e presumibilmente scritto di pugno dallo stesso Sofocle. Ricordo che passai circa una decina di ore su quel libricino, portandomelo anche nella vasca da bagno per non perdere tempo, uscendone totalmente rincoglionito. Reduce dal ripassone generale di letteratura italiana di due giorni prima, finii per dividere i filosofi così come avevo fatto per gli autori, ossia in “buoni e cattivi”, “comunisti e fascisti”, “pessimisti e ottimisti”, “allegri e tristi” per riuscire a dire almeno due-tre concetti generali su tutti. La tesina mi piaceva, ma era stata una sommaria scopiazzatura generale di vari siti internet e un abile montaggio di figure colorate tra una pagina e l’altra. Arrivai, quindi, al tanto temuto esamone con qualche paura e molte cose non chiare in testa.

L’esame di maturità arrivò veloce, insieme alla tanto agognata patente e, ben più importanti, ai Mondiali di Calcio in Germania. Per la prima andai dritto, dopo le prime due false partenze, superando la teoria al terzo tentativo (con un solo errore) e cominciando a prendere lezioni di guida presso la mia amica Elisa, mio padre e l’autoscuola sotto casa. La prima volta in assoluto in cui guidai una macchina, infatti, fu proprio in un parcheggio fuori dalla scuola di canto con Elisa, che si fidò a darmi in mano la sua Renault Twingo benzina per insegnarmi il gioco frizione, ossia il meccanismo più difficile da imparare per chi vuole cominciare a guidare. Le esperienze con mio padre non furono particolarmente (da me) apprezzate, invece, e si limitarono a un paio di tentativi in zona industriale. La scuola guida, naturalmente, era obbligatoria. L’istruttore era un uomo di mezz’età molto serioso, rasato e nostalgic-nazi, era buono e amichevole ma ebbe il buon senso di terrorizzarmi urlando quando, gasato dai primi chilometri macinati, ci presi gusto e, con un ritmo sostenuto, bruciai uno stop. Sarà un caso, ma da quel trauma ad oggi non ho più bruciato uno stop.

In Germania, negli stessi giorni, l’Italia cominciava a giocarsi i suoi Mondiali, superando il proprio girone preliminare e approdando ai turni ad eliminazione diretta. Vivevo quelle partite con un pathos e un calore inspiegabili, tanto era cocente la delusione di quattro anni prima contro la Corea. La semifinale, contro la Germania, la vidi a casa di M. Già, io e M. (con il terzo ragazzo sempre in mezzo, naturalmente) eravamo diventati sempre più amici, avevamo colto l’occasione per preparare assieme gli esami e avevamo iniziato a coltivare l’abitudine di uscire assieme almeno una volta alla settimana, nonostante si abitasse decisamente distanti. Andai da lui per l’ora di cena, mangiammo assieme e finalmente ebbi uno scorcio della sua tanto decantata famiglia. In quello che era un porto di mare, più che una casa, si alternavano genitori, nonni e fratelli, immagini sacre e crocifissi pacchiani alle pareti. Io guardavo ammirato, lui parlava sempre bene dei suoi parenti, mi aveva affascinato fin dal giorno del ritorno in nave, era quasi come se mi fossi innamorato dell’amore che traspariva dalle sue parole. Come se mi fossi cotto per un ragazzo che dimostrava tanta capacità di amare. La semifinale, naturalmente, fu al cardiopalma. Esultammo e ci abbracciammo, al gol decisivo di Grosso e a quello conclusivo di Del Piero. L’Italia era in finale, io ero a casa del mio compagno di classe che avevo ignorato per due anni e mezzo e di cui ora ero completamente cotto, che a volte dimostrava di adorarmi, altre mi allontanava, altre ancora ricambiava ogni forma di mia attenzione.

La finale, qualche giorno dopo, decisi di vederla in una delle piazze della città, in compagnia di Caro e di due altre amiche. Sì, so che la cosa già smonta la tesi del “tifoso etero” buttata lì all’inizio, ma assicuro che in quella calda serata di luglio non c’era davvero nessun’altra soluzione possibile. L’andazzo della partita, d’altra parte, è storia nota. I miei festeggiamenti, praticamente, altrettanto. Le urla e la gioia di quella notte infinita furono incontenibili e generali, vidi una città in festa e centinaia di persone che se ne fregavano dei loro pensieri, delle loro vite. Cercai di fare altrettanto e mi tolsi M. dalla testa. Almeno per quelle poche ore che mi erano concesse.

I voti dell’esame di maturità uscirono qualche giorno dopo. Fu un 67, senza lode e senza infamia. Confermò il mio trend scolastico, senza grossi picchi. Venni a sapere successivamente che alcuni professori erano riusciti a vendicarsi, in fase di riunione, per alcuni miei atteggiamenti che avevano dovuto forzatamente ingoiare nei passati cinque o tre anni. La cosa non mi turbò granchè, nell’orale non avevo certamente brillato per acume facendo scena muta alla domanda di biologia e non spiccando in quella di fisica.

Il trentun luglio portai a termine l’altro compito che l’estate mi aveva messo di fronte: la patente. L’istruttore mi preparò con le solite inversioni a U, parcheggi a S, giravolte a Y e chi più ne ha più ne metta, poiché conosceva il papabile esaminatore e decise di prepararmi in vista dell’esame che avrei ricevuto. Il giorno stesso dell’esame pratico mi accolse spaventato, dicendo che l’esaminatore era cambiato, questo non voleva vedere grandi manovre ma persone sveglie, che sapessero guidare in modo fluido nel traffico. Capii la sua apprensione e il suo smarrimento per questo cambio all’ultimo minuto, ma la cosa non mi turbò. Ero esattamente a conoscenza di chi sarebbe stato il mio esaminatore e di come si sarebbe svolto l’esame. Il fatto che una mia amica fosse fidanzata con uno che lavorava in motorizzazione aveva aiutato, e bene. Feci l’esame, l’esaminatore mi fece fare circa un chilometro di strada dritta, una rotonda e altri cento metri, facendomi accostare e dandomi una patente abbastanza scandalosa. Sì sì, lo so, non si fa, pazienza.

Festeggiai chiamando M., organizzando una serata insieme per brindare alla mia patente, crogiolandomi nel fatto che finalmente avrei potuto guidare io. Un’altra serata assieme, un’altra occasione in cui il mio cuore batteva per lui e si prendeva sempre di più. Cominciavo a non poter più fare a meno di lui.

Quell’estate al lago fu diversa da tutte le altre. Marco e Betta arrivavano più tardi del solito, intorno alla metà di agosto, mentre io mi barcamenavo tra i ragazzi presenti, tentando di non farmi rovinare l’estate. Fu in quei giorni di mezza solitudine che conobbi I., una ragazza vicina di casa al lago fin dall’anno precedente, simpatica e “alla mia portata”, con la quale presi a passare tante serate in quei primi giorni d’agosto. Avevamo qualcosa di simile, qualche irrequietezza che ci avvicinava, ci faceva confidare. Nessun passo avanti, ma si percepiva nell’aria che qualcosa poteva succedere. Il “qualcosa” accadde la notte di Ferragosto, complici i fiumi d’alcool che, come ogni anno, scorrevano abbondanti. Passammo la serata a baciarci e, in qualche modo, suggellammo un tacito patto secondo il quale saremmo stati “assieme” almeno per quello scampolo d’estate. Non so perché lo feci, non so cosa volevo, non mi piaceva, ma la mia coscienza mi imponeva di trovarmi una ragazza, di farmela piacere, di starci assieme.


Qualche giorno dopo invitai M. (e l’altro) al lago, dove si sarebbero fermati a dormire per qualche giorno. Gli incontri ravvicinati del terzo tipo con M. non finirono, anzi. Si replicò in un contesto un po’ sbagliato: la festa a casa di I. Sostanzialmente quella sera, invece di dormire nel letto con la mia presunta ragazza, dormii con M., davanti a tutti, fregandomene. Assurdamente, nessuno sospettò, la cosa risultò “strana”, ma non mi si fecero grosse domande.

Pochi giorni dopo ci fu la possibilità di andare con M. e l’altro nostro amico in vacanza in Romagna. Presi l’occasione al volo, convinto che fosse quasi un andare incontro al destino. I sette giorni di vacanza scivolarono via tranquilli, nonostante alcune notti rimanessero saldamente dedicate al nostro passatempo preferito; qualcosa che alla luce del sole doveva scomparire come se non fosse mai successo. Eppure io rimanevo al suo gioco, implicitamente lo accettavo. Ne ero complice, ma ci soffrivo.

L’estate 2006 mi lasciava una maturità, una patente, un titolo mondiale, un’infatuazione sempre più forte per M. e, a sorpresa, una ragazza. Come avrei fatto combaciare queste ultime due cose? E come avrei reagito all’inatteso e sconvolgente coming out coi miei genitori, che spaccò l’aria come una bomba?

Tutto questo e molto, molto altro nell’interminabile FINALE DI STAGIONE di Bita, tra due settimane su queste pagine.

lunedì 23 novembre 2009

BITA - ALE DAGLI ANNI '90 AD OGGI - 11^ PUNTATA

Atene era brutta. Puzzava, si mangiava male, le strade erano buie, la gente maleducata. Sembrava un losco paesino lombardo, solo più sporco. Il clima della gita non era tra i migliori: i professori ci stavano alle costole e non sopportavano di darci più libertà di quella concessa nel tragitto dalle camere alla hall dell'albergo (o degli alberghi, visto che la bella idea era stata quella di girare vari posti e passare non più di due notti in ogni albergo). Per essere la tanto agognata gita di quinta, insomma, si stava rivelando una bella merda. In più, il mio rapporto con M., che prima del fattaccio nel viaggio d'andata era comunque cordiale e simpatico, era decisamente degenerato fin dai primi giorni di quella gita. Nonostante la mattina immediatamente successiva lui avesse deciso di fare finta di niente, come me d'altra parte, i buoni propositi, almeno da parte sua, parevano essere andati a far compagnia alle frequentazioni notturne di taluni importanti politici. Un giorno in pullman, al momento di scendere, percorsi il corridoio tra le file di posti e arrivai di fronte a lui. Esitai per farlo passare e farlo scendere prima di me, mentre lui, con elegante e raffinato accento oxfordiano, mi rispondeva "daiii esci, frocio".

Ora, la cosa non mi colpì tanto per il termine, quanto per la persona che l'aveva pronunciato. Non era da lui, semplicemente (sorvolando su tutti i normali rimandi alla sua presumibile repressione, ma non siamo qui per psicanalizzarlo). Un ragazzo di Chiesa, ma comunque sempre educato, anche abbastanza restìo a schierarsi nei momenti di discussione. Quel "frocio", detto così, con disgusto, con rabbia, senza che gliene fosse mai uscito uno dalla bocca, fu una cosa inutile e fuori luogo, che vivetti malissimo. In tutti i sette giorni di gita, nonostante fossimo in camera assieme praticamente sempre, ci ignorammo o parlammo a monosillabi, senza mai toccare nemmeno lontanamente il discorso "prima notte in nave". La gita passò lenta e inutile, fino al ritorno, di nuovo in nave.

Quella volta fummo di nuovo in cabina assieme, con il terzo ragazzo dell'andata e un quarto nostro compagno di classe, non presente all'andata. Ci mettemmo a letto (ognuno nel suo, questa volta), contando di addormentarci entro breve. Parlammo un po', scivolando via via nel sonno. La cosa mi irritò: quella gita che all'andata era stata tanto sconvolgente si sarebbe risolta in un nulla di fatto, esattamente come voleva lui, come se niente fosse successo, come se con un "vai, frocio", lui avesse potuto cancellare quella notte dalla sua testa e, insultandomi, fosse riuscito a ristabilire i toni e i confini che gli erano stati insegnati fin da piccolo. Ma io decisi di non prestarmi a quel giochetto di merda, e passai al contrattacco, tirando fuori dal cappello una delle idee più brillanti (per tempistica) mai avute. Approfittando di un momento in cui ognuno (tranne lui) raccontava determinate esperienze personali o vissute da amici, raccontai agli altri tre una certa storia. La storia parlava di un mio amico e una mia amica, da sempre in buoni rapporti, che una notte si trovarono, per caso, a condividere un determinato momento intimo. Non lesinai i dettagli, fissando dritto nell'oscurità verso il suo letto. Parlai dell'insicurezza di lei, della cattiveria di lui nel fingere che non fosse successo niente, nello sfotterla, mi feci dare dei consigli su come si sarebbero comportati loro in quella situazione. Quella ardita metafora mi fece arrivare a fargli capire che "sapevo che lui sapesse", che capivo ciò che gli passava per la testa e ritenevo imperdonabile il suo comportamento. Dopo quella discussione ci addormentammo.
La mattina dopo gli altri 3 scesero a far colazione, mentre io rimasi in camera a dormire ancora una mezzoretta. Lui fu il primo a tornare in camera, stavolta da solo, portandomi una fetta di torta da sgranocchiare per non salare di netto la colazione. "Con la storia di ieri ti riferivi a noi... cioè, a me, vero?". Mi sorprese, per la prima volta, l'aria risoluta che assunse, tipica di chi non vuole girarci attorno all'infinito. Ne parlammo e tornò a deludermi: secondo lui ciò che accadde sette notti prima fu un mio tentativo, fu tutta una mia responsabilità, mentre lui stava solo cercando di dormire. Fui chiaro: per me non era così e lui lo sapeva bene, ma ben preso la discussione si spostò sul nostro rapporto, mettendo da parte quell'aspetto che, probabilmente, era stato la causa scatenante del mio interesse improvviso.

Il chiarimento fu insperato ma abbastanza inutile; mi lasciò con una sensazione di tempo perso, nulla di fatto. Il viaggio in nave era quasi giunto al termine, tutti eravamo riuniti in zona bar con le valigie pronte per tornare sulla terraferma. Non vedevo l'ora di tornare a casa, ma qualcosa in quel momento toccò le mie corde in un modo che non avrei creduto possibile. M., seduto ad un tavolo del bar, stava parlando ad alcuni miei compagni di alcuni aspetti della sua vita: raccontò del suo rapporto con la religione, della sua storia che andava avanti da più di due anni, della scelta di arrivare vergine al matrimonio e della sua famiglia. Lui, ottavo di otto fratelli, attirò la mia attenzione per il modo in cui parlava dei suoi familiari, con amore, con rispetto, raccontandomi dell'organizzazione di una famiglia numerosa, di tutto un sistema di valori e ideali in cui credeva e per cui lottava. Mentre ora una persona così la manderei probabilmente a cagare con tante pacche sulle spalle per la pietà, in quel momento io, più fragile, vidi in lui qualcosa di mai visto prima.

Tornati a scuola mi trasferii al banco vicino a lui, cominciando a creare un'amicizia davvero disinteressata e bella. Io lui e un altro ragazzo (quello presente all'andata in nave, per intenderci) cominciammo anche a frequentarci fuori da scuola, ritagliandoci uno spazio fisso tutto nostro, sviluppando una vera e propria amicizia. Con l'arrivo della primavera cominciai quindi ad organizzare degli week end al lago, dormendo fuori e passando le giornate assieme. In quelle notti, neanche a dirlo, tutto si ripeteva uguale: volta dopo volta, notte dopo notte, stagione dopo stagione. M. di notte era un'altra persona, mi abbracciava, mi coccolava, mi faceva grattini, mi toccava, avvicinava le labbra alle mie quasi a volere abbozzare un bacio. Di giorno non se ne parlava, io sapevo che parlarne sarebbe stato inutile, che lui avrebbe negato tutto e si sarebbe rifugiato dietro il sempreverde "stavo dormendo". Eppure il rapporto andava avanti, sotto un velo di falsità e di ammirazione crescente, da parte mia. Ogni sera lo guardavo scendere dalla macchina e sognavo di baciarlo, di vivere qualcosa di importante con lui, così amorevole nella vita di tutti i giorni e così codardo nel metterla a tacere quando il sole tornava dopo una notte in cui il corpo non rispondeva più alla testa.

Non sapevo che mi stavo innamorando, che mi ero "innamorato". Lo pensavo tutti i pomeriggi, a casa non aspettavo altro di vederlo collegato a msn (avevo messo una sigla tutta sua per accorgermi anche da un'altra stanza di quando entrava) per parlargli. Poi arrivò l'estate del 2006, l'estate dei mondiali e della mia prima storia. Con una ragazza. Tuttavia l'infatuazione per M. rimaneva intatta, cresceva e mi avrebbe ben presto portato all'autodistruzione.

(continua nella 12^ e penultima puntata)

lunedì 16 novembre 2009

BITA - ALE DAGLI ANNI '90 AD OGGI - 10^ PUNTATA

Quello che mi faceva ridere della gita in Grecia, paventata e pubblicizzata fin dai primi giorni di quell'ultimo, stranissimo anno di liceo, era il modo in cui saremmo andati. Solo un anno prima andavamo in Sicilia in aereo e ora avremmo dovuto andare da una parte all'altra del mediterraneo in nave. Scelta curiosa, che alleviava la paura di quanti, in classe, già si vedevano novelli naufraghi di Lost post-disastro aereo.

Il quinto anno era cominciato come tanti, con lo spauracchio esame di maturità a fare capolino ad ogni momento in cui il professore in questione si sentiva privato della nostra attenzione durante la lezione. Io sapevo, in cuor mio, che avrei pagato tutto: il chiedere di andare in bagno durante i primi 5 minuti di Storia/Filosofia per fare ritorno a un minuto esatto dalla campanella, gli sfottò meno velati rispetto a quelli dei miei compagni rispetto a quella di Lettere e perfino l'arroganza con cui mi ponevo nei confronti del prete durante l'ora di religione. A mio discapito c'è da dire che pensavo che il grado in più di onestà che mettevo rispetto ai miei compagni sarebbe stato perlomeno preso in considerazione da una soggettiva più umana e meno scolastica-vendicativa.
In quel periodo la mia attività di blogger ebbe effettivamente inizio: dopo i primi mesi di rodaggio estivo, entrai nel pieno della dipendenza da blog, sfogando su internet ciò che ho sempre amato fare, scrivere. Cercavo di rendere nei miei post gli avvenimenti della mia giornata (rileggermi ora fa ridere e mette una malinconia indescrivibile), aggiungendoci scampoli d'ironia da perfezionare.

Fu l'anno in cui mi decisi a cominciare a pensare alla patente. Il primo scoglio, naturalmente, era rappresentato dall'esame di teoria. Esclusa l'ipotesi di seguire delle lezioni per qualcosa che riguardava mero studio e continui esercizi sulle schede fac-simili, comprai un libro da studiare e il famoso eserciziario su cui fare le simulazioni di quello che sarebbe stato il testo. La cosa inizialmente mi esaltò, mi misi a fare esercizi su esercizi (pure in classe, per la gioia dei professori sopracitati) e mi convinsi che lo scoglio dell'esame di teoria sarebbe stato superato agevolmente. Arrivò il giorno del test. Mi preparai, agitato e tremante, controllando di avere tutti i documenti e le carte richieste, accompagnato da mio padre. Seduto al banco, ascoltai le infinite raccomandazioni dell'esaminatore, ricevetti il foglio e cominciai a risolvere i quiz a cui ero abituato da 2 settimane in cui, praticamente, non avevo fatto altro. Questa è facile, questa pure. Ok su questi son tranquillo. Rimasi, su trenta crocette, indeciso su circa cinque, ma decisi di compilarle senza aspettare inutilmente la fine del tempo concesso. Arrivò il momento della correzione. La penna cominciò a segnare gli errori. Uno. Due. Tre. Cazzo, su quelle ero abbastanza sicuro. La penna arrivò a metà foglio. Quattro. Porca troia, ancora uno ed è finita. Più nulla fino alla fine delle domande. Poi, implacabile, sporcò il foglio altre due volte. Cinque, sei. Sei errori, bocciato. Rimasi interdetto, presi i miei documenti e me ne andai, urtando con rabbia la ragazza festosa che aveva appena avuto buone notizie. Mio padre, manco a dirlo, accentuò la rabbia e la delusione che già provavo nei miei confronti, urlandomi di tutto.
Il mese dopo potei riprovarci, con la sicurezza di un intero libro di esercizi concluso con una media invidiabile di 1 errore e mezzo a scheda. Mi preparai, infreddolito e terrorizzato, facendomi di nuovo portare da mio padre. Quella volta, tuttavia, commisi un errore imperdonabile: saltai un passaggio. Quello dei documenti. Arrivato davanti alla porta della motorizzazione, mi tastai le tasche accorgendomi con orrore che non avevo preso il portafoglio, e, con esso, la carta d'identità. Ci misi due-tre minuti a trovare il coraggio di dirlo a mio padre. Qualsiasi richiesta di deroga o strappo alla regola fu negato da parte degli esaminatori, mia madre non se la sentì di fare una corsa ai limiti del legale per portarmela e rimasi, ancora una volta, a bocca asciutta. Inutile dire che la delusione e l'irritabilità raggiunse livelli immensi, mentre mio padre riusciva a rendere tutto più difficile sottolineando in continuazione l'errore e non mancando di ricordarmi quanto fosse deluso da me e dalla mia superficialità.

Fu con questo spirito che partii per la Grecia, per quella che doveva essere la famosa "gita di quinta". Partimmo verso mezzogiorno, per essere al porto di Ancona poco prima di cena. Da lì, l'imbarco per lo stato ellenico. La partenza, in nave, fu tranquilla. La sera le varie classi coinvolte si riunirono al bar, per qualche bicchierino concilia-sonno, mentre le persone più sensibili cercavano di vomitare il meno possibile all'interno delle rispettive cabine. Io, fortunatamente, non avevo mai sofferto il mal di mare. Mi ritrovai in camera con M., un compagno di classe della "cinquina" proveniente da un'altra sezione due anni prima, un altro che, come lui, conoscevo solo dal terzo anno, e uno di un'altra sezione, che conoscevo abbastanza. Noi tre (della nostra sezione) andammo a dormire poco prima della mezzanotte, scherzando festosi tra le cuscinate, i dispetti e le finte lotte libere che si scatenano sempre in quei momenti, mentre il quarto ragazzo rimaneva ancora disperso nei meandri della nave. I quattro posti letto erano messi a castello, rispettivamente due contro una parete e due contro l'altra, lasciando poco spazio per muoversi in quell'angusta cabina. Loro due avevano scelto i letti bassi, mentre io e il ragazzo dell'altra sezione avevamo preso quelli alti. Finita la lotta, mi misi sul letto di M., con lui a fianco, fissando l'altro ragazzo e facendogli segno di aspettare il momento opportuno per attaccare M. e proseguire in quei giochi pre-sonno. Quel momento opportuno, tuttavia, non arrivò. Tutti e tre ci addormentammo nell'attesa, a luci spente, crollando di colpo. Tuttavia, io ero rimasto nel letto con M.
Mi svegliai un'oretta dopo, con la testa molto vicino alla sua, accorgendomi di dov'ero rimasto. La cosa non mi dispiacque. Pur non essendo un adone, M. era l'unico con un fisico ancora da "ragazzo", come me, in tutta la classe, mentre tutti facevano già grande sfoggio di fisiconi, altezze improponibili e barbe incolte. Rimasi lì, finchè lui, nel sonno, si voltò verso di me, mettendomi un braccio attorno alla vita e, di fatto, abbracciandomi. Andammo avanti così, in un'altra mezz'ora circa di sonno travagliato, finchè mi svegliai e ci trovai ancora più vicini di prima, con le gambe intrecciate. La vicinanza mi piaceva, il mio corpo reagì e cominciai a sragionare. Spostai un ginocchio, accorgendomi che anche lui era eccitato. Il ragazzo, fidanzato da anni con una coetanea del suo oratorio, centesimo di cento fratelli, fervente ciellino e fedele servo del signore e della Chiesa Cattolica, era ora nel letto con il sottoscritto, in un abbraccio inspiegabilmente colmo d'eccitazione. I suoi movimenti continui mi confermarono che nemmeno lui stava davvero dormendo. Girato completamente verso di me, cominciò di colpo a strusciarsi contro la mia coscia. Lasciai fare (figurarsi, non sono sgarbato). A forza di girarci e rigirarci, diedi per scontato che il ragazzo aveva dimostrato una certa (inspiegabile) disponibilità, e tentai il tutto per tutto. Gli accarezzai la pancia e scesi, all'interno dei pantaloni del pigiama. Per i primi momenti mi lasciò fare, poi mugugnò e si girò di spalle, concludendo così il mio approccio. Decisi di non tentare oltre la sorte, nonostante nelle restanti ore si sarebbero susseguiti altri abbracci e carezze da parte di entrambi. Quando entrò il quarto inquilino della camera, poi, barcollante per l'alcool, M. si staccò di scatto, confermandomi che era pienamente sveglio e consenziente. Nessuno degli altri due inquilini di quella cabina notò niente, e noi due ci svegliammo la mattina dopo come se nulla fosse.

Al sorgere del sole, la sveglia ci informò che avevamo raggiunto la Grecia ed eravamo pronti a sbarcare. M. non mi calcolò particolarmente, andammo a far colazione, raccogliemmo le nostre e cose e risalimmo sul pullman, senza praticamente rivolgerci la parola. Come dovevo comportarmi? Fingere indifferenza, indagare su una sua eventuale omosessualità taciuta? La risposta me la diede lui, nei giorni seguenti di quella gita orrenda. Anche se qualcosa non tornava...

(continua)

lunedì 9 novembre 2009

BITA - ALE DAGLI ANNI '90 AD OGGI - 9^ PUNTATA

Vi avevo lasciato con un Ale spaesato, capace di imprese al limite del lecito, al limite dell'etico, ma terrorizzato di fronte a un'accettazione realistica della propria omosessualità. Diedi il benvenuto all'estate del 2005, l'ultima "scolastica", visto che l'anno successivo sarebbe stato quello della maturità: l'ultima estate piena, di 3 mesi, come fin da bambino ero abituato a vivere. Quell'estate al lago tutto proseguiva identico agli altri anni, tra sessioni di piscina, partite di tennis e serate tutti insieme.
Fu al termine di una partita di tennis che lo vidi. Uscii dal campo sudato e stravolto, mi avviai verso casa per una doccia quando la mia faccia assunse la tipica espressione "equestofigodellamadonnaaa?". Era alto, coi capelli tendenti al biondo e tutti sparruffati, indossava una tamarrissima maglietta rosa scollata a V (na cosa inguardabile), aveva un sorriso da stendere un elefante adulto e camminava verso di me. Essendo il lago un posto dove, bene o male, ci si conosce tutti, il mio primo pensiero fu che fosse l'ospite di qualcuno. Senza lasciarmi andare a emozioni compromettenti tipo il lancio selvaggio delle mutande ululando, tirai dritto.
Fu allora.
<<>>
Eh? Ma che fa? Mi saluta? Oddio. Secondi di interminabile silenzio in cui mi ero arrestato di colpo assumendo tutte le colorazioni mondiali. Penso che il mio "ciao" di risposta avesse più l'aspetto di un "Ghaw" urlato in due tonalità diverse. Concluso quel proficuo scambio di saluti, andai a casa.

Parlai al "gruppo" del lago di quella nuova figura, presumibilmente coetanea, spingendo sul tasto del "finalmente un nuovo ragazzo della nostra età" e omettendo tutti i particolari sul fatto che fosse uno degli individui più fighi che avessi mai visto. Lo rivedemmo in piscina, qualche giorno dopo, giocare con due ragazze, le sue sorelle. Lo rivedemmo anche una sera, insieme sempre alle sorelle e altri ragazzini più piccoli. Mi feci avanti io, autoinvestitomi del ruolo dal gruppo che, francamente, se ne sarebbe anche sbattuto le palle del nuovo elemento. "Ciao, senti vieni con noi, che siamo più vicini alla tua età, no?".
Entrò nel gruppo e gli altri si presentarono e gli chiesero l'età.
<<14!>>
Vedete? Ve l'avevo detto che aveva la nos...tra...
QUATTORDICI?
Sì, era incredibilmente e assurdamente del 1991.

Avevo appena compiuto i diciotto, ero finalmente maggiorenne. La cosa non aveva comportato grandi sconvolgimenti visto che l'affare patente era rimandato di fatto all'anno successivo. Mi ero giusto cominciato a firmare le giustificazioni e le verifiche da solo, cosa che mi evitava l'iter di dover aspettare un 7 per portare a casa il 5 preso due settimane prima.
Io diciottenne, e questo quattordici? Voglio dire, fossimo andati in giro a fare un sondaggio tra la gente dicendo "uno di noi due ha 14 anni e l'altro 18", credo che giusto una persona su mille avrebbe azzeccato il giusto abbinamento. Quella sera passai la serata a osservarlo, divorandomelo davvero con gli occhi. Aveva un sorriso che da solo valeva il prezzo del biglietto (di cosa, non so), due occhi chiari meravigliosi e una tenerezza mista a timidezza che me lo faceva davvero adorare.
Non so se fosse una sorta di colpo di fulmine, so che tutte quelle serate le passai a guardarlo, fisso. Il problema era che anche lui guardava me. Passavamo le serate a guardarci, praticamente un gioco, ci guardavamo anche quando parlavamo con altri, non perdevamo una singola espressione dell'altro. Cominciai a credere che ci fosse qualche possibilità di andare oltre.

Furono tanti i momenti in cui mi diede dei segnali, più o meno forti. Capitò una sera di guardare tutti assieme delle foto sul telefonino. Io tenevo il telefonino e lui, sulla destra, si appoggiò di peso sulla mia gamba e mise la testa accanto alla mia. Sentivo perfino il suo respiro. Mi tratteneva dal baciarlo e sbatterlo di peso sul tavolo da ping pong giusto la presenza di un'altra decina di persone, che per giunta non sapeva di me.
Un giorno, dopo la piscina, verso l'ora di pranzo, feci con lui la strada per scendere a casa. Lui tuttavia era sveglio da poco e voleva ancora fare il bagno. Lo accompagnai fino a casa sua e feci per salutarlo e andare a pranzare, ma mi bloccò. "No dai, vieni con me in piscina". "No guarda, non posso proprio... è già tardi". "Ma dai... perfavore... te lo chiedo io". Disse questa frase accompagnandola con un mezzo sorriso e una tenera espressione degli occhi. Vedendomi ancora perplesso, aggiunse "fallo per me", rendendo pieno il suo sorriso. Mi sciolsi completamente, rimasi con lui in piscina beccandomi un quarto d'ora di cazziatone dei miei genitori per il ritardo.

Ero dell'idea che le ipotesi potevano solo essere due: o anche lui era cotto, o mi stava immensamente prendendo per il culo. Però, poteva davvero un quattordicenne essere così furbo e così "avanti"?
Una sera di pioggia rimanemmo solo io e lui nel residence. Dopo un po' di chiacchiere (e di sguardi), fu l'ora di tornare a casa. Ma pioveva, ed era buio. "Accompagnami fino a casa", gli chiesi. Tentennò, ma rifiutò. Mi portò però fino a casa sua. Io, illuso che fosse il coronamento del mio colpo di fulmine, ricevetti solo un ombrello per evitare di tornare a casa fradicio. "Che stronzo, mi sta solo prendendo per il culo, questa era l'ultima volta". Questi, i miei commenti (pure a voce alta, per esorcizzare la paura del buio) fino all'arrivo a casa. Mi scrollai di dosso l'acqua, feci per andare a dormire quando suonò il cellulare. Era lui, una sua chiamata. Risposi.
"Pronto?", cercando di far trasparire un'aria più stupita che sognante.
"Ohi... sei arrivato? Volevo solo sapere se stavi bene"
Ora, per la strada da casa sua a casa mia, vi posso assicurare, non si affrontano mostri a tre teste, maremoti, uragani e stupratori seriali. Semplicemente pioveva e c'era buio, ma non è mai morto nessuno, in quel residence. Ero uno stupido sognatore a continuare a pensare ci fosse sotto qualcosa?

Probabilmente no, ma non importa. Perchè non successe nulla. L'estate si concluse senza che lui facesse nessun passo reale e fisico verso di me. Non ci sentimmo durante l'autunno, l'estate dopo era diverso. Probabilmente il primo anno di liceo gli aveva chiarito la confusione che aveva in testa e l'aveva trasformato nel perfetto etero che doveva essere.

Sempre quell'estate, invece, colsi l'occasione per il coming out a Betta. Durante la gita di pochi mesi prima le avevo rivelato di aver scoperto l'omosessualità di un suo compagno di classe (grazie al maltrattato S., suo ex), ma le avevo impedito di farmi domande sul "come" l'avessi scoperto. Era arrivato, però, il momento di dirle tutto. La prese bene. No, bene non è la parola giusta, in effetti. La prese male, in realtà. Alle mie parole seguì un lunghissimo silenzio, e poi alcune frasi che, abbastanza demoralizzate, raggranellavano nuove informazioni su di me e su ciò che non le avevo raccontato. Era infastidita, trovava assurdo che non le avessi ancora detto niente, che le avessi raccontato tutte quelle bugie, che le avessi nascosto troppe cose. Il dialogo finì male, mi tenne il broncio per una buona settimana, mi disse che per lei era stata dura sapere in due momenti così ravvicinati prima del suo amico e poi di me, che non era pronta, che si sentiva presa in giro. Ci mettemmo qualche giorno a ritrovare il nostro equilibrio e a tornare come prima, e la cosa mi fece fare un piccolo passo indietro. Evidentemente non era così scontato che tutti la potessero prendere bene, evidentemente neanche io dovevo accettarla così a cuor leggero, nonostante cuore e ormoni ormai andassero in un'unica direzione.

Finita l'estate, c'era da pensare al liceo. Il quinto anno sarebbe stato pazzesco e assolutamente inaspettato. In vista della maturità, in vista dell'anno che sarebbe stato, dell'estate che mi avrebbe cambiato la vita. Tutto cominciò con l'ultima gita, quella in Grecia...

(continua)

lunedì 2 novembre 2009

BITA - ALE DAGLI ANNI '90 AD OGGI - 8^ PUNTATA

4 Giugno 2007.
"Non ci posso credere, sono nella Scuola". Percorsi il corridoio che avevo visto tantissime volte in televisione, entrai insieme agli altri ragazzi in quella universalmente conosciuta come "sala relax". Una ventina di ragazzi, alcuni seduti ad un tavolo, altri in giro per la stanza, parlavano ad alta voce, altri provavano, altri facevano stretching. Io mi guardavo attorno, incredulo. Sul muro campeggiavano i nomi dei ragazzi dell'anno prima, divisi in due squadre: delta e gamma. Fissai i muri, andai in bagno e cominciai a sentire tutta la tensione del luogo dove mi trovavo. Eppure, il mio pensiero volò a lui. Gli telefonai. "Non ci crederai, sono nella scuola". "Grande!" rispose lui, facendomi capire di non essere particolarmente libero di parlare. "Ma ti disturbo?", poi decisi di cambiare domanda, passando all'unico motivo per cui l'avevo chiamato, all'unico pensiero che avevo in quei momenti: "vi siete baciati?". "No - rispose lui - Non ancora". Dopo poco lo salutai sollevato, baciai il suo braccialetto e con poca convinzione tornai al presente. "Sei nella scuola di Amici, Ale, rimani concentrato su questo".

La primavera del 2005 mi aveva regalato gioie e dolori. Il lento ritorno al tepore climatico che preferivo si accompagnava con l'addio ai sogni di gloria con P. Dopo averlo sostanzialmente preso in giro (ed essermi preso in giro da solo), lo lasciai andare, conscio che la cotta mi sarebbe passata, sebbene a fatica, col passare del tempo. Continuai a guardarlo durante le ricreazioni, a salutarlo in situazioni più o meno casuali, sebbene consapevole che la mia "copertura" ormai saltata non avrebbe concesso nulla di più.
Nel frattempo, S., il ragazzino a cui, senza volerlo, avevo sconvolto la vita costringendolo al coming out coi suoi, cominciò a farsi più insistente, sia su msn che tramite cellulare. Era strano, mi faceva piacere sentirlo, mi mettevano di buonumore i suoi messaggi del buongiorno, quelli teneri. Stessa cosa, tuttavia, non potevo dirla delle sue (legittime) insistenze riguardo al primo incontro. Finchè il rapporto rimaneva lì, all'ombra di un secondo numero di cellulare e al riparo di uno schermo si poteva fantasticare, se si parlava di un incontro in carne ed ossa andavo totalmente nel panico. Seppure stessi snocciolando il mio lato gay, ero ben lontano dall'accettarlo: la convinzione era che l'unica àncora di salvezza sarebbe stata una fidanzata e, in futuro, una moglie. L'idea di uscire per la prima volta con un ragazzo, quindi, non veniva neanche presa in considerazione. Un giorno, però, S. insistette e, di testa sua, prese la situazione in mano, fissando un appuntamento per il pomeriggio seguente. La paura s'impadronì di me. "Guarda che non è detto che venga" l'assicurai, serio. "Anzi, è praticamente sicuro che non verrò, ho anche un altro impegno".
Niente da fare, il pomeriggio dopo, all'ora concordata, lui cominciò a chiamarmi. E io, manco a dirlo, ero a casa. Ignorai le telefonate, salvo mandargli un sms qualcosa come centomila ore dopo con un innocente "Ehi, mi hai cercato?". Mi chiamò e, a ragione, mi sbranò vivo, nonostante io, cominciando probabilmente a covare quel simpatico carattere del cazzo che tutt'ora mi trovo addosso, gli risposi a tono, dandogli la colpa di non avere voluto capire che non sarei andato e augurandogli una morte atroce e dolorosa. Lo stronzo che aveva preso possesso del mio corpo, naturalmente, se ne sbattè le palle del fatto che S. ci potesse essere rimasto male, considerando di vitale importanza sbarazzarsi di lui.
Ho risentito S. solo due anni dopo, in occasione di un aperitivo a quattro un po' improbabile. Mi odiava come se il fattaccio fosse accaduto poche ore prima. Sono passati quasi cinque anni e S. mi malsopporta tutt'ora, tant'è che i nostri rapporti sono limitati a un "ehi come va come non va?" una volta all'anno. Come biasimarlo?

Conobbi Ivana, nonostante fossimo in classe assieme, solo l'ultimo giorno della seconda liceo. Non nel senso che mi presentai, chiaramente; nel senso che non avevamo mai avuto l'occasione di rivelarci l'un l'altra una nostra grande, enorme, comune passione. Non lo ricordo l'approccio esatto, so solo che fu durante quella festa lunga 5 ore che segna l'ultimo giorno di fatica prima di un'estate di 3 mesi. "Anche tu canti?" "Sì, anche tu?" "Sì". Sembra niente, fu l'inizio di un tutto. Quella mattina cantammo per la prima volta pezzi di "Vivo per lei", il duetto che avremmo provato centinaia di volte, senza mai imparare a farlo davvero bene, negli anni a venire. Fu un rapporto che mi arricchì, umanamente e, se si può dire, artisticamente. Trovare un'altra persona che ama il canto e lo trova un hobby più profondo del mero vincolo del "sotto la doccia", trovare un'altra persona che mi capiva nel dire che non riuscivo (come non riesco) ad ascoltare una canzone senza cantarla, mi fece sentire meno solo, in quella sfaccettatura importante di me. Fu un'amicizia che crebbe mese dopo mese, anno dopo anno. Lei veniva a casa mia, cantavamo, imparavamo pezzi, ci davamo consigli e voti, imitando le sfide che vedevamo in tv, sognando di andare ad Amici, di poter usare quelle voci per diventare qualcuno.
La prima occasione importante fu un concorso provinciale, di cui lei lesse la pubblicità, che ci vide iscritti in coppia. Scegliemmo "Vorrei incontrarti tra cent'anni", di Ron e Tosca, unico duetto che si adattava sia alla mia sia alla sua voce. La sera del concorso provai l'emozione più controversa di sempre. Prima di salire sul palco attendevo con l'ansia di chi sa che sta per essere interrogato ed è impreparato. Al momento di esibirmi provai quella cosa che avrei cominciato a domare e ad amare negli anni seguenti. Quell'adrenalina sciolta, che si impadroniva di braccia e gambe, che dava calore, e faceva tremare. Come sulle montagne russe, ma diluita nell'arco di cinque minuti. In mezzo a quella sensazione, bisogna esibirsi.
Andò abbastanza da schifo, manco a dirlo. Nella nostra semifinale passavano i primi tre, e arrivammo tipo sesti, su una dozzina di cantanti, più o meno bravi. Non avremmo più fatto concorsi in coppia, ma non ci saremmo mai più separati. Da soli, insieme (entrambi in gara per i fatti nostri), durante saggi, prove, provini, gare. L'altro c'era sempre, e c'è sempre. Io sono orgoglioso di ciò che lei è diventata, sia a livello artistico che come persona. Lei è sempre stata contenta quando superavo un provino, anche quando lei rimaneva fuori. C'è e ci sarà un grande rapporto, fatto di rispetto, orgoglio e maturità. E soprattutto reciproco sostegno, anche quando l'altro è a pezzi e ha bisogno di sentirsi dire certe parole.

Quell'estate il colpo di fulmine si fece sentire in un modo assurdo, sfacciato e un po' tiraculo. Fu l'estate di un coming out. L'unico che, paradossalmente, fu preso male, senza che io me l'aspettassi.

(continua)

lunedì 26 ottobre 2009

BITA - ALE DAGLI ANNI '90 AD OGGI - 7^ PUNTATA

"Ma si può sapere cosa ci fai con due cellulari?". Era questa la domanda che in quel periodo mi era posta più di frequente. "Ehm no, uno è di mia mamma", "no è che sto passando a Tim", "ah boh l'ho trovato per strada, eheheh coff coff". Sì, il cammuffamento, ahimè, continuava. Io e P. messaggiavamo praticamente tutto il giorno, la mattina a scuola e la sera a casa, aggiornandoci sulle nostre vite e cominciando a scambiarci frasi tenere. L'unico particolare è che P. pensava di parlare con una bella ragazza che l'aveva visto fuori da scuola, io speravo di scoprirlo gay e poter coronare il mio baco mentale partito subito dopo averlo visto per la prima volta. Insistetti in questo inganno e passammo al virtuale per eccellenza: il computer.

Fu in quel periodo che il computer fisso fece il suo ingresso nella mia camera, parzialmente al riparo da occhi indiscreti, cambiando di fatto il mio approccio ai rapporti virtuali e interpersonali, portando di fatto uno scossone che si sarebbe ripercosso nella mia vita da lì a pochi anni. Mi creai un account di posta alternativo (dopotutto avevo già due numeri di cellulare, la sindrome da dissociazione della personalità era dietro l'angolo) e cominciai a chattare con P. Sembra un passo minuscolo, ma la possibilità di un'interazione molto più veloce rese il rapporto un attimino più vero, e mi diede l'illusione di potermi davvero avvicinare al coronamento di qualcosa che, viste le premesse, non sarebbe mai potuto diventare reale. Un giorno, infatti, P. mi chiese di vedermi in foto. L'aveva già fatto, ma con una scusa o con un'altra (la timidezza, la paura, la carenza di vitamina C, il gatto morto) ero sempre riuscito a scamparla. Stavolta P. si fece chiaro: o la foto, o niente. Come fare? Ci pensai. Il cervello, ancora una volta, fu annientato nella possibile scelta responsabile, dal mio sistema ormonale impazzito, che ebbe dannatamente la meglio.
Richiamai Elisa, di cui avevo bellamente rubato la personalità per inscenare questo triste teatrino senza via d'uscita. Lei, dapprima titubante, si convinse poi a darmi alcune sue foto, che poi io in prima persona avrei portato a P., a scuola, proseguendo nel mio inutile ruolo di mediatore.
E andò così, dopo una rapida selezione, io e Elisa (che però cominciava a nutrire i primi dubbi sul fatto di esserci spinti "troppo in là") scegliemmo quattro-cinque foto che, però, non dovevano rimanere a lui. Mi accordai in prima persona (nella personalità reale, quella di Ale) con P. per mostrargliele il giorno seguente a fine lezioni, a scuola. Non so spiegare cosa provai, ma quel palliativo mi bastò per essere contento. Probabilmente, conscio che con lui non sarebbe mai potuto succedere niente, ero abituato ad accontentarmi di quei succedanei d'emozioni che lui mi dava senza saperlo. Gli portai le foto, commentammo insieme quanto era carina, mi chiese come mai non c'era mai stato niente tra me e lei (povero ragazzo, quanta beata ingenuità) e dopo una decina di minuti tutto era finito lì.
Come proseguiva tra la mia finta personalità e lui? Ovviamente nell'unico modo in cui poteva finire: P. era rimasto affascinato dalle foto e ora voleva davvero uscire con la ragazza con cui credeva di parlare, ma continuai a tergiversare, per spostare l'attenzione sul rapporto umano che, ormai, P. sentiva troppo stretto.

Elisa, come detto, cominciò a preoccuparsi per questa situazione chiaramente senza via d'uscita, cercando di farmi capire che da lì non si poteva uscirne se non dicendo semplicemente "basta" e smettendo di prendere in giro un innocente. Tuttavia, a 16 anni non si può essere troppo intelligenti e/o profondi, così fui molto restìo ad abbandonare tutto l'ambaradam che mi ero creato. La mia amica, quindi, pensò al passo successivo. Nella sua scuola, un liceo artistico, conobbe per vie traverse un ragazzo più piccolo (curiosamente, anche lui 3 anni in meno di me), e, pensando di farmi cosa gradita, gli lasciò il mio numero. Tuttavia, pensò bene di non dirmelo, limitandosi ad introdurmi questa figura misteriosa, facendomi capire che aveva già immaginato per noi una meravigliosa vita insieme da lì ai successivi trent'anni.
Capitò così la gita di quarta, in Sicilia. Sul pullman che ci avrebbe portato all'aeroporto, mi arrivò un messaggio. Lo lessi e trasalii.
Ciao, Elisa mi ha dato il tuo numero, spero non ti spiaccia, mi ha parlato molto bene di te e mi ha detto che sei molto carino. Mi farebbe piacere conoscerti.
S.
Che carino. No, non pensai che carino, pensai "cazzo". Prima ancora di rispondergli educatamente (chessò, ciao, piacere mio), gli intimai di non scrivermi mai più su quel numero (il mio ufficiale), dandogli l'altro numero (quello che già usavo con P. fingendomi una ragazza) spacciandolo per quello reale. Superato questo piccolo scoglio, le messaggiate con lui si susseguirono nel corso della gita. Scoprii un ragazzino simpatico, molto maturo per la sua età, e soprattutto molto sicuro della sua sessualità. Una sera, però, successe il disastro. A forza di sms il suo numero rimase senza soldi, così lui, praticamente già cotto, mi scrisse dal cellulare di sua mamma. Mi ricordai di rispondere sul suo numero in tutti i messaggi, tranne l'ultimo, mandato diverse ore dopo il dovuto. Inutile dire che quel messaggio lo lesse sua madre, inutile specificare che quel messaggio era tutto fuorchè fraintendibile.
S. mi scrisse nel pomeriggio raccontandomi che in casa sua era scoppiato l'equivalente di dieci bombe all'idrogeno. Avevo praticamente costretto il poveretto ad un coming out forzato coi suoi genitori. Lui, sempre più tenero, mi disse che, dopotutto, non gli importava, che in un modo o nell'altro prima o poi l'avrebbero dovuto scoprire e che - ricordo le parole esatte
questa è la dimostrazione che mi hai sconvolto la vita. Se in meglio o in peggio dipende solo da te...

Mi sentivo una bella merda. Ero preso di un ragazzino che mi credeva una ragazza, un altro quattrodicenne, stavolta gay, mi riempiva d'attenzioni che non mi meritavo affatto, mentre lui litigava in casa perchè una mia distrazione l'aveva costretto al coming out. A quattordici anni.
Durante la gita in Sicilia S. cominciò anche a telefonarmi, scalfendo un po' la mia corazza e soprattutto facendomi una rivelazione che mi fece mancare la terra da sotto i piedi. Il suo ex ragazzo era nientepopodimeno che il compagno di classe di Betta (anche la sua classe era in gita con noi), uno su cui avevo avuto sospetti fin dal primo momento in cui l'avevo visto. Quella sera chiamai Betta in camera e le parlai francamente. "Non posso dirti come, ma ho saputo che G. è gay". Me lo confermò, fu curiosa di come l'avevo scoperto, ma non potevo dirle nulla. Mi spiegò che aveva giurato di non farne parola con nessuno e che la cosa l'aveva letteralmente sconvolta. Questo, ahimè, mi allontanò dalla possibilità di dirle di me, facendomi andare avanti sui sentieri dell'inganno e della doppia vita.

Solo una persona, nella mia classe, azzardò la risposta esatta alla domanda di inizio post, una sera. "Semplice, uno è il cellulare gay e uno è quello etero". Ahahahha che scemo che sei. E hai dannatamente ragione. Ancora non sapevo che quella persona, in classe con me, avrebbe stravolto, l'anno dopo, i miei ultimi mesi da liceale.

Tornato in patria la "storia" di P. si interruppe miseramente. Ci litigai con un pretesto su msn, smisi di farmi sentire e di entrare con l'account fasullo. L'altro numero di cellulare rimase solo per S., con il quale, invece, continuavo a sentirmi. Fu proprio nei confronti di S. che feci, a primavera, una bastardata di proporzioni cosmiche, facendomi odiare da lui (non scherzo) per i successivi sei anni. Sempre negli stessi giorni trovai il coraggio di coronare una mia grande passione in compagnia di una mia compagna di classe che diventò una piacevole scoperta. Fu in quei giorni che aprii il mio blog, su live space. Fu in quel periodo che ingranai la mia vita su binari completamente diversi da quelli percorsi fino a quel momento.

(continua)

domenica 18 ottobre 2009

BITA - ALE DAGLI ANNI '90 AD OGGI - 6^ PUNTATA

1997. Non ero abituatissimo ad andare alle feste dei compagnucci delle medie, perciò non ero propriamente a mio agio, quella sera. Tutto sommato fu divertente. Sapete quando non ci si ricorda esattamente un episodio lontano nel tempo? Ecco. Di quella festa ricordo tre momenti. Il panico, prima di arrivare, quando, dopo essere stato lasciato giù dalla macchina di mia madre, mi misi a fare i chilometri avanti e indietro all'interno della stessa via per trovare un dannatissimo campanello L. dove suonare. Il secondo, un momento un po' assurdo in cui, rimasti in una stanza, la festeggiata spense completamente le luci e fu un tocca tocca generale, fino all'ingresso dei genitori che, capito l'andazzo, riuscirono a evitare il finale orgiastico. Terzo, il punto in cui dovemmo abbassare le voci perchè il fratellino e la sorellina più piccoli dovevano andare a dormire.

2003. "E' figo, è dolce, è tenerissimo". Riuscivo a ripetere solo questo, a Fra, cercando di descriverle quella meraviglia in cappotto rosso che avevo avvistato dalla finestra durante una ricreazione qualsiasi. "Sì ma com'era?" Boh. Ipoteticamente irrintracciabile: pensare di individuare uno studente su una scuola che conteneva un buon migliaio di persone era francamente impossibile. Tuttavia, come sempre, la cosa non mi bastava a piantarla lì. Negavo che il mio colpo di fulmine fosse destinato a svanire nel nulla e, con l'aiuto di Fra, cominciammo a fare deduzione che riuscirono a stupire noi stessi. Tirando fuori un lato investigativo degno del peggior Detective Conan, infatti, cominciammo a considerare tutte le informazioni in nostro possesso. Ragioniamo: la nostra classe dà sulla palestra, l'ho visto un lunedì pomeriggio a ricreazione, quindi ha le ore di ginnastica il lunedì, o tra le prime due o tra le seconde due ore. L'intuizione geniale ci portò a considerare 4 classi (poi ridotte a due visto che il ragazzino era chiaramente o di prima o di seconda) e a giorni di intense sessioni di spionaggio e camminate in giro per la scuola. Lo ritrovai tre giorni dopo, sbirciando dentro una delle due aule incriminate, mostrando come il genio mio e di Watson aveva fatto centro. E così il ragazzo era di prima; tre anni in meno. Niente di eclatante, visto che io ne avevo sedici. Bello come l'avevo notato la prima volta, un sorriso che ti stende (una cazzo di costante da lì in poi); mancava giusto un particolare: non mi conosce di pezza. Il talento mio e di Fra-Watson, tuttavia, non poteva (e non doveva) esaurirsi al trovare la classe: cominciammo a seguirlo, quasi a pedinarlo, per scoprirne vizi e abitudini, finchè rimase solo una cosa da fare. Approcciarlo.
Aspettammo, come di consueto, il momento giusto, in cui facemmo l'unica cosa che potevamo fare.
"Ehi, scusa"
"Dite a me?"
"Sì - parlò Fra, io ero semplicemente paralizzato dalla paura - come ti chiami?"
"P."
"Senti una nostra amica di un'altra scuola ti ha visto all'uscita ieri e ti trova carino. Non è che ti andrebbe di darle il tuo numero?"
Ora, voglio dire, una cosa che puzza di cazzata lontano un chilometro. Eppure sul momento la trovai geniale. Forse perchè io non sarei riuscito ad andare oltre il "ehm... fang... ghaha.. ghi...". All'inizio fu restìo, io riuscii a introdurmi giusto per presentarmi e sostenere la tesi della nostra amica carina (stile "ehi, tra uomini ce la intendiamo, vecchio, è proprio figa, non fartela sfuggire"). Alla fine riuscimmo a ottenere il suo numero. Quel giorno non pensai a nient'altro... cazzo era proprio carino, e mi piaceva perfino il nome.
Quel giorno ci fermammo a scuola fino alle tre, per un'esercitazione di matematica. Fu durante quelle ultime soporifere ore che mi venne un dubbio. Ma io quel ragazzo l'ho già visto. E se...?
Chiesi di andare in bagno, andai invece in Sala Professori, dove tenevano i registri di tutte le classi. Entrai trattenendo il fiato (era luogo particolarmente off limits). Cercai nella pila dei registri e trovai quello che cercavo. Scorsi l'elenco degli studenti e trovai un solo P. Di cognome L. Sangue gelato, era il fratellino della mia compagna delle medie. No, non ci posso credere, che diavolo di sfiga è? Assodato che mi ero cotto di un ragazzino che qualche anno fa avevo appellato come "tenero" vedendolo andare a letto alle 21 col suo pigiamino Disney e assimilato il colpo, decisi di andare avanti.
Sì ma avanti come? Nell'unico modo possibile. La sera successiva, approfittando dell'assenza dei miei, scesi al negozio tim sotto casa, facendomi dare una nuova scheda. Servivano i documenti. Nessun problema, salvo il fatto che ero ancora minorenne e non mi potevo fare intestare la sim. Ma si sa, le prime cotte fanno fare le cose peggiori. Aspettai il ritorno a casa di mia mamma, le rovistai bellamente nella borsa, le presi la carta d'identità e tornai al negozio tim, ottenendo stavolta la scheda e il numero di cui avevo bisogno. Una cosa folle, a pensarci ora, ma che sul momento sembrava ripagare l'ansietà ormonale di quel sedicenne che da due settimane a quella parte passava le ore appostato in corridoio per vedere passare il suo oggetto del desiderio.
Fatto il numero, dovevo solo imbastire il triste inganno che avevo in mente: mi sarei fatto passare per questa misteriosa ragazza che sbavava per lui, limitando i contatti solo al simpatico servizio sms. Mi rispose felice al primo messaggio, era evidentemente in prima persona curioso ed eccitato per quella che probabilmente era la sua prima esperienza in materia. Io, invece, avevo tristemente preso in prestito dalla mia amica Elisa la sua identità (dopo la sua benedizione e il suo incoraggiamento ad andare avanti su quella strada), fingendomi così per un bel periodo di tempo una persona che non ero. Lui mi scriveva, onorato delle avance di quella ragazza, notando con piacere una bella connessione mentale sulla base dei messaggi che ci scambiavamo, io, dal canto mio, mi limitavo a fantasticare un momento in cui la verità potesse venire a galla e in cui lui, riconoscendo questa "affinità elettiva", superasse quel piccolo dettaglio che mi voleva del sesso opposto rispetto a ciò che credeva.
Intanto, a scuola lo salutavo, gli chiedevo come andava con Elisa e scoprivo di avere ottenuto già molto più di ciò che potevo anche solo lontanamente sperare: la possibilità di parlargli ogni tanto. Ma quanto sarebbe potuta andare avanti questa situazione quantomeno precaria?

Per un inganno che sentivo obbligatorio, un'amicizia covava nel nido di due ragazzini che si conoscevano da una vita. Io e Caro eravamo alle elementari assieme, ci conoscevamo da sempre e avevamo sempre avuto un rapporto piacevole. Alle medie ci trovammo in classi separate e, come normale che fosse, prendemmo ad odiarci cordialmente. Specialmente quando lei si trasferì nel condominio accanto al mio. Invece, complice il liceo scientifico a pochi passi dalla nostra via, cominciammo a fare la strada assieme. Il sabato mattina, dato che si entrava bellamente un'ora dopo il solito, andavo a suonarle e la aspettavo per mezz'oretta - quaranta minuti (le ragazze hanno i loro tempi) per fare la strada con lei. Sempre più spesso, inoltre, si tornava assieme, dopo 5-6 snervanti ore di lezione. Condividevamo i commenti sulla giornata trascorsa, sulle materie, sui professori, sulle faide interne alla classe. Ridevamo di tutto, ogni casa per strada aveva una nostra storia che diventò un nostro "lessico familiare" e ci permise di ingranare in una direzione mai vista prima. Io e lei condividevamo (e condividiamo) un'ironia che ci permette di essere unici e di capirci al volo, salvo poi essere meno capiti dagli altri. E' un'ironia tutta nostra, un sarcasmo a volte pungente, che però ci ha aiutato a stabilire quel legame che, a cinque anni di distanza, è ancora e sempre più forte. Purtroppo, però, non riuscivo a dirle una cosa di me, una delle cose più importanti. L'amicizia nei suoi confronti era diventata troppo forte, talmente forte che avevo paura di perderla, se le avessi detto qualcosa che andava fuori dal nostro quotidiano e che poteva allontanarla da me. Era un discorso stupido, ma comprensibile per un ragazzo di sedici-diciotto anni.
Sarei riuscito a dirle di me solo molti anni dopo, di fronte alla persona più negativa della mia vita, che mi portò ad estraniarmi da tutto e da tutti, facendomi perdere molti contatti e , di rimando, pure la paura di perdere qualcuno.

Intanto come poteva andare avanti con P. visto che il poverino cominciava a pretendere di più dall'Ale-Elisa, volendo passare dalla conoscenza testuale ad una senza il limite dei 180 caratteri? Nell'unico modo possibile...

(continua)

lunedì 12 ottobre 2009

BITA - ALE DAGLI ANNI '90 AD OGGI - 5^ PUNTATA

14 Settembre 2007. Guardo per terra e mi chiedo cosa mi abbia portato a questo punto. E soprattutto cosa mi abbia spinto ad uscire in maniche corte. Diavolo, è Settembre. N. fuma nervosamente seduto sul muretto della casa dei vicini. Ho sempre osservato quella villetta, ma in 19 anni di lago ci sono entrato solo una volta, per una ripetizione di matematica. Guardo la casa, guardo per terra, guardo lui, aspettando inutilmente, come sempre, una reazione. E tremo, tremo per il freddo, per il vento che mi sta congelando e per il suo silenzio che come al solito mi spiazza, mi fa perdere. "Ohi... dai, andiamo a casa", riesco a dirgli alla fine.

14 Settembre 2003. La terza liceo, inspiegabilmente, mise la mia classe davanti ad un nuovo inizio. Non so perchè, infatti, ma nella mia scuola erano soliti scorporare una classe, a fine biennio, sparpagliandola tra le altre sezioni. A noi capitarono 5 ragazzi (tutti maschi, nessuno notevole sotto il punto di vista che interessava a me). C'è da dire che la mia cara vecchia sezione A non brillava per rapporti idilliaci tra gli scolaretti (e soprattutto tra me e gli altri, oserei dire), pertanto l'introduzione di 5 nuovi elementi non "rovinò l'equilibrio", semplicemente aggiunse altri estranei ad un gruppo di estranei. Il mio rapporto con Fra, nel contempo, si faceva sempre più stretto e morboso. Arrivati in classe, il primo giorno, trovammo presi i posti migliori, mentre due banchi, inspiegabilmente staccati dal resto della classe e situati alla destra della cattedra (verso il calorifero e le finestre, per intenderci) erano liberi. Senza esitazione prendemmo quelli. Fino a metà anno nessuno ci spostò più da lì. Il risultato, manco a dirlo, fu un'ulteriore distacco da parte nostra nei confronti del presunto gruppo-classe. I commenti da parte degli altri si sprecavano; si passava dalla teoria accreditata secondo la quale eravamo fidanzati, a quella più accattivante (ma in effetti realistica) in cui ci davano per gay e lesbica. Tuttavia non si disdegnavano neanche curiosi voli pindarici, secondo i quali praticavamo esoterismo e satanismo, o, più semplicemente, ci drogavamo. Da parte nostra, a dire il vero, non ci fu grande interesse a sconfessare quel branco di capre, li sfottevamo come unica arma in nostra difesa, aumentando quel gap spaziale e mentale che ci divideva irrimediabilmente da loro. Il profitto scolastico, nel contempo, tendeva a diminuire: neanche i professori ci vedevano di buon occhio (qualcuno ci detestava anche cordialmente) e i voti scendevano in picchiata. A metà anno, per la felicità di molti e l'angoscia di altri, fummo reintegrati tra i banchi normali, tornando anche fisicamente a far parte di quella classe che, come per magia, cominciò ad avvicinarsi a noi.
Del rapporto con Fra, tuttavia, non rinnego niente. Tutto ciò che può avermi tolto in quegli anni me l'ha ridato in altre forme. Soprattutto (e ho detto niente), nell'aiutarmi ad accettare la mia sessualità. Con sempre meno frequenza, infatti, mi trovavo a millantare cotte o attrazioni per ragazze, potendo parlare con FRAnchezza (ahahah) con lei dei ragazzi che mi piacevano o cui avrei volentieri destinato le mie botte d'ormoni adolescenziali (come se da bambino... vabbè, lasciam perdere). Fu in quel periodo che cominciai a farmi domande ad alta voce sulla mia sessualità, senza troppo preoccuparmi delle risposte. Ero ancora lontano dal riuscire a definirmi tranquillamente gay, ma fu senza dubbio in quei momenti che a quella domandina che tutti noi tendiamo a spingere sempre più a fondo, man mano che lei inevitabilmente sale a livello conscio, un adorabile "chissenefrega, intanto faccio quello che voglio, poi si vedrà".

In realtà il "poi si vedrà", a livello conscio, si traduceva (per placare gli innegabili momenti di paura, quando mi ritrovavo a pensare al mio futuro) in un "finchè son giovane vado con chi voglio, poi da grande mi sposerò e avrò una vita normale". Solo ora posso capire che quell'autoconvinzione era dettata da un insieme di stupide norme sociali, da un non voler deludere i miei genitori, dal considerare normale solo la vita stereotipata (e fasulla, tra l'altro) perpetuata dalla società che di fronte dice una cosa e alle spalle fa tutt'altro. Solo ora posso sapere che la vita normale, ora che sono tranquillamente gay (e continuero ad esserlo, uuuh se continuerò ad esserlo), la avrò comunque. A vent'anni come a cinquanta.
Era altresì arrivato il momento di dire di me alle persone più vicine. La prima "destinataria" di tale messaggione fu Elisa, un'amica conosciuta sempre nel frangente lago con la quale da sempre condividevo un rapporto molto aperto. Lei, eufemisticamente smaliziata e anti conformista, mi aveva sempre reso partecipe della sua attiva vita sessuale. Io, dal canto mio, ero riuscito solo ad inventare o a introdurre timidamente qualche figura maschile parlando dei miei primi pensierini erotici. Quello che era successo quell'estate, tuttavia, le doveva essere raccontato. Presi il telefono in mano e la chiamai. Dopo due-tre minuti in cui parlammo del più e del meno le dissi che dovevo dirle qualcosa. Lei non fiatò. Le raccontai del romano coatto, dello scout febbricitante e della mia estate ornitologica di cui lei, fino a quel momento, non aveva saputo nulla. Accolse la notizia con la gioia che proverei se vincessi 10 mila euro a win for life. Era inspiegabilmente felicissima. Mi urlò al telefono che era contentissima e soprattutto fiera di me. Lì per lì la reazione mi infastidì, pensai che la sua felicità poteva essere circoscritta al fatto di essersi resa conto di avere trovato il classico "amico gay" da stereotipo. Tuttavia, le sue rassicurazioni mi tranquillizzarono: era fiera di me, sospettava che io fossi gay ("bisessuale", la corresse al volo il Camillo Ruini che avevo dentro la mia testa) ed era molto contenta del fatto che fossi riuscito ad accettarmi e a dirglielo. Il nostro rapporto migliorò e le confidenze che prima viaggiavano solo dalla sua bocca alle mie orecchie, diventarono felicemente reciproche.

Quell'estate al lago fu, anche per questo motivo, più ricca. Mi mancava, tuttavia, il coraggio di dirlo anche alla Betta. Così fu un'estate di confidenze, quando mi trovavo solo con l'Elisa, e silenzi in attesa del momento giusto, quando ci trovavamo anche con la Betta. Un momento giusto che sembrava non arrivare mai, dato che troppo mi spaventava la sua possibile reazione. Escluso categoricamente, poi, che potessi dire qualcosa a Marco, l'altro "fratellino" del lago. Un ragazzo e per giunta di due anni più piccolo? Nella migliore delle ipotesi avrebbe smesso di rivolgermi la parola. Ero ancora troppo giovane, troppo inesperto e troppo alle prime armi con l'argomento.

Al ritorno a Brescia, cominciò anche la quarta liceo. Con l'arrivo del freddo autunno, arrivò qualcosa che non avevo mai provato prima. Fu un cappotto rosso a rubare la mia attenzione durante una ricreazione, un cappotto rosso che non avevo mai visto prima e che avrebbe risvegliato in me un curioso talento alla Sherlock Holmes per poterlo ritrovare. Ero disposto a tutto, e difatti arrivai a fare l'impensabile...

(continua)

lunedì 5 ottobre 2009

BITA - ALE DAGLI ANNI '90 AD OGGI - 4^ PUNTATA

La gita a Roma di seconda superiore fu importante. Non accadde granchè, ma fu la prima volta che mi aprii davvero con una persona, cominciando ad ammettere nel contempo a me e a qualcun altro alcuni dubbi sulla mia sessualità. Una sera io e Fra, dopo un mesetto in cui avevamo cominciato ad avvicinarci durante le pause a scuola, ci trovammo da soli, in una stanza, in un letto. Mentre tutta la classe cominciava ad interessarsi alla curiosa situazione, malignando, ridacchiando o addirittura mettendosi a spiarci, io e lei cominciammo quella che anche attualmente considero una delle chiacchierate più importanti e significative della mia vita. Lei mi aveva già accennato, qualche settimana prima, che il "ragazzo" per cui si era presa una cotta era in realtà la sua insegnante di equitazione; io presi la notizia con una forzata tranquillità. Di sicuro sospettavo (anche a causa delle precoci voci di corridoio dei compagni che già allora non avevano nulla a cui pensare), ma la conferma diretta mi turbò. Tuttavia, pensando che una reazione eccessiva le avrebbe potuto dar fastidio, rimasi sul "echepprobllemacèèè", che fa molto finto tollerante, oggigiorno. Quella sera, su quel letto, si riparlò della cosa, e trovai la forza di raccontare qualcosa di me. Le parlai di pulsioni che non capivo, lei cominciò a capire in che conflitto potevo trovarmi, non mi giudicò, mi assecondò e probabilmente fu contenta della complicità ulteriore che la cosa poteva darci.

Diventammo inseparabili, passammo tutto il secondo anno assieme frequentandoci fuori e dentro la scuola, confidandoci tutto il confidabile. Sono certo del fatto che fu la prima figura che contribuì fortemente alla mia accettazione, facendomi vivere l'attrazione verso i ragazzi nel modo più naturale possibile.

Forte anche di questa maggiore consapevolezza in me stesso, andrai incontro ad un estate fisicamente bollente. L'indimenticabile estate 2003. Come di consueto a Luglio andai in vacanza coi miei genitori, in un ridente villaggio a nonricordodove. Non essendo un ragazzo particolarmente socievole, passai i primi due-tre giorni a rompermi le gonadi tra la sdraio e la camera dell'albergo. Un giorno, in spiaggia, presi il coraggio a due mani (e non solo quello, ma non vorrei anticipare troppo) e, armato di virilissimo pallone da calcio, andai dalla sdraio col coetaneo più vicino proponendogli due tiri al campetto vicino. Accettò. Mi ero fatto l'amichetto, che bello. Se mi fossi limitato a quel significato di "fatto", magari, sarei stato meno patologico, ma questi son dettagli... Andammo a giocare, lui era particolarmente negato, io ebbi modo di apprezzarne la fisicità. Figo, ma veramente veramente figo. Si chiamava Luca, capelli corti neri, occhi azzurri, romano de Roma, 'bbastanza coatto, ma decisamente notevole. Dopo due tiri di numero confessò che non era propriamente il suo sport preferito (amore, figurati che me ne frega a me) e andammo a bere qualcosa al bar. Qui, con estrema capacità di bruciare i tempi, mi raccontò delle sue prodezze erotiche con la sua ragazza. Non era vergine, ma sul fatto che mi sembrasse un bel torello non c'erano dubbi. Il pomeriggio stesso andammo in camera mia, sul letto dei miei a vedere la tv. Non so come, gli chiesi di ripetermi il racconto della mattina. Lo fece. Con la scusa della "atmosfera eroticizzata" allungai la mano. Invece di amputarmela e portarla come trofeo al ministro Carfagna, ne fu ben felice. Il resto è facilmente intuibile; la cosa strana fu che ricambiò spontaneamente il favore. Capitò altre volte, finchè una sera azzardai che avremmo potuto andare oltre (step 2, per intenderci), già tanto, tra amici... Rispose in malomodo, la vacanza finì così. Pochi giorni dopo ricevetti un suo sms con una squallida battuta su un campo di finocchi. Gli risposi che io sarò pure potuto essere finocchio, ma lui per essere etero pareva trovarsi abbastanza a suo agio con i piselli. Mi mandò a fare in culo e finì così quel profondissssssimo rapporto di amicizia. Ma fu il mio primo incontro ravvicinato del terzo tipo...

Ad agosto della stessa estate andai di nuovo con gli scout, al campo estivo. Puntai fin dal primo giorno un ragazzo di tre anni più piccolo, tal Nicolò, (...non facciamo quelle facce, io ne avevo sedici) particolarmente smaliziato (nell'ambiente scoutistico, poi, vedersi nudi era all'ordine del giorno). Lui fu particolarmente diretto, un pomeriggio a raccogliere la legna mi mostrò tutto contento l'erezione che covava sotto i pantaloncini, incitandomi a fare altrettanto. Suor Maria Goretti dei poveri, però, preferì negarsi. Avrei dopotutto dato il meglio di me nel giro di due giorni. Un pomeriggio mi infilai nella tenda del suo gruppo. Lui era in tenda, mentre gli altri, subito fuori, cucinavano, perchè era febbricitante. Io, incurante del rischio sars/aviaria/suina, lo approcciai di brutto. Prima stendendomi sopra di lui, poi replicando le stesse frasi (lo so, è squallido), che un mese prima mi avevano fatto fare centro con Luca. Mi assecondò e fu mooolto coinvolto anche lui. Raggiungemmo il famoso step 2, con un'incoscienza rara se si pensa che fuori dalla tenda chiunque sarebbe potuto entrare da un momento all'altro chiedendo al piccolo Nicolò che tipo di termometro era quello che aveva in bocca. Lo stronzettino raccontò tutto ai suoi amici, che vennero da me. Io, sfoderando un talento da oscar, mi presi gioco della sua versione e fui creduto. Anche in questo caso, tutto finì lì.

A settembre, poco prima di ricominciare la scuola, invitai a casa mia, dopo qualche sms in cui confermavamo l'interesse reciproco per il genere maschile, un mio ex compagno di classe delle medie con cui, all'epoca, ci strusciavamo. Non accadde niente di che (giusto una replica della mia esperienzina di luglio). Curiosità, dopo tanti anni l'ho ritrovato in giro per locali, felicemente gay e altrettanto felicemente in cerca di un amore stabile e spesso e volentieri usciamo tutti assieme.

Io invece cosa cercavo? Un amore maschile? Solo corpi, eccitazioni momentanee e nulla più? Dovevo capire cos'ero, darmi "un nome", una pur fastidiosa etichetta. In quello mi avrebbe aiutato proprio la mia immancabile amica Fra, con un rapporto che nel contempo si faceva sempre più stretto. Quasi morboso. Creandomi non pochi problemi...
(continua)

lunedì 28 settembre 2009

BITA - ALE DAGLI ANNI '90 AD OGGI - 3^ PUNTATA

L'inizio del liceo si fece sentire con una profonda stretta allo stomaco alle sei del mattino. Mi è sempre successo, nelle giornate "importanti", di svegliarmi prima del suono della sveglia, attanagliato allo stomaco, infreddolito (che fosse inverno o estate) e fortemente combattuto tra il desiderio di non vivere mai quella giornata e il frizzante spirito che mi avrebbe poi spinto fuori dalle coperte. Conoscevo solo quattro persone in quella classe che sarebbe stato il mio "habitat" per i successivi cinque anni. Era proprio quello che mi spaventava: sono una persona che fa fatica ad aprirsi sulla breve distanza, ma so conquistare se mi si dà un po' di tempo per carburare. Non sono mai stato un esibizionista, un casinista, nè un leader. Ho sempre prediletto rapporti uno ad uno a coinvolgenti gruppi dispersivi, ho sempre preferito avere tre amici che venti conoscenti. Mi rincuora sapere che ora, a ventidue anni, non sono assolutamente pentito di quel lato del mio carattere.
Il liceo si rivelò una missione meno impossibile del previsto, riuscii a costruire i primi rapporti di "amicizia" e a mantenermi su un buon rendimento scolastico. In concomitanza col liceo, quell'anno, provai l'esperienza nefasta del Conservatorio. Dopo tre anni di violino durante le scuole medie (era una scuola a sperimentazione musicale) e vari incitamenti da parte dell'allora insegnante, tentai e superai la prova d'accesso per quella fantomatica "scuola della musica". Fu un anno orribile lì dentro, un professore assolutamente idiota e incompetente mi fece detestare il violino, altri corsi che giudicavo inutili e altri insegnanti iperesigenti o totalmente assenteisti, mixati con la mia patologica incapacità di "fare gruppo" mi resero la vita in Conservatorio un incubo. Pensate che ancora adesso ricordo con precisione il percorso dall'ingresso all'aula di violino, che facevo a piccoli passi (per prendere tempo) e col cuore a mille all'idea di come mi avrebbe trattato quel professoruncolo frustrato a cui piaceva fare il gradasso con un ragazzino.

La mia amica di sempre, Betta, quella che con il senno di poi avrei capito essere una sorella, cominciò in quei mesi invernali a mandarmi messaggini compromettenti. Ci stava provando? E soprattutto, perchè no? Non ho mai avuto uno straccio di ragazza, sarebbe il caso di svegliarsi. La andai a trovare nella sua scuola di suore (lei era ancora in terza media), senza dire nulla ai miei, prendendo un autobus da solo e vagando "alla cieca" per arrivare dove dovevo. La classe di Betta era in mensa, in pausa pranzo, ma aveva la libertà di girare per l'edificio senza problemi. Mi disse, come scusa, che stava cercando una sua amica e avrei dovuto accompagnarla. Giunti in un corridoio deserto, dissi allegro e stupido "non c'è, proviamo altrove". "No... aspetta..." mi disse lei. "Perchè? Aaah". Quando si dice l'idiozia. Fu lei a baciarmi, io ero paralizzato, braccia sui fianchi, occhi chiusi strizzati, terrorizzato dall'idea di poter baciare male. Non fu bello come il "primo vero bacio", ma fu più intenso.
La "storia" non decollò, non uscemmo mai. Mi fa specie sapere che sto parlando praticamente di una sorellina. Perdipiù lesbica, ora. Ma questa è un'altra storia. Che non mancherò di raccontare.

Quell'estate riponevo milioni di speranze nel mio agosto al lago. I miei genitori mi avrebbero lasciato a casa da solo per parecchio tempo, avrei potuto godermi l'estate al meglio, dare tutto me stesso, ancora una volta, nell'unico mese dell'anno in cui riuscivo a farlo. Il primo giorno, dopo una partita a tennis proprio con la Betta, decidemmo di scendere a casa mia con tutti gli altri della compagnia. E' emozionante una casa libera per dei ragazzi di quindici anni. Con la bici scesi alla velocità della luce da quella discesa che avevo percorso centinaia di volte. Al termine della discesona, vicino alla piscina, qualcosa andò storto. Mi curvai troppo, la ghiaia per terra finì sotto la ruota, mi prese il panico, inchiodai. Non sono esperto di velocità, non so a quanto andassi. Ma andavo forte forte. L'urto fu tremendo. Istintivamente portai avanti il braccio sinistro, che si piegò nettamente di 90 gradi. Picchiai il mento, la testa rimase a pochi centimetri dal muro dove sbattè il resto del corpo. Nello schianto mi dissi "ora muoio". Mi rialzai sanguinolento, pensai che fosse solo una botta, ma l'osso che usciva dal polso mi fece capire brevemente il contrario. Mi portarono al pronto soccorso dove solo per poco riuscii a scampare l'operazione chirurgica. Me la cavai con due mesi di gesso e tre punti al mento. Un'estate rovinata. Tanto su cui riflettere.

La seconda liceo fu ricca di novità. Lo schianto in bici e le contemporanee speranze distrutte mi fecero capire che non potevo riporre tutta la mia vita su un solo mese all'anno. Mi approcciai al secondo anno con un'altra mentalità. Conobbi in quella situazione Fra, una delle persone che più avrebbe contribuito a cambiarmi la vita nell'anno a venire, con cui avrei stretto una sorta di legame inscindibile, nonostante le nostre strade, ora, si siano distanziate. Conobbi e legai anche con Fede, incredibilmente un amico maschio (sulla cui carenza i miei genitori cominciavano a borbottare). Stava finalmente uscendo una parte più sicura di me, il confronto con dei "pari" anche nei restanti 11 mesi dell'anno stava facendomi del bene e stavo finalmente crescendo, recuperando il gap che avevo accumulato dai miei coetanei.

La gita a Roma del secondo anno mi aprì un mondo: quello gay. Non ci pensavo più, non ero io quel bambino precoce che terrorizzava i bambini all'asilo. Eppure la realtà omosessuale tornò a sbattermi in faccia con una prepotenza che non poteva passare inosservata. L'estate 2003, infatti, fu anche quella delle prime esperienze gay...

(continua)